Non leggo più molti noir di autori italiani. La motivazione, spesso, è dovuta ai proclami con cui questi scrittori vengono pubblicizzati: “il Lansdale italiano”, “il nuovo Izzo”, “stilisticamente paragonabile a Winslow”, poi leggo qualche pagina e mi rendo conto che l’unica cosa che li accomuna con i mostri sacri del genere è qualche soluzione narrativa rubata di sana pianta agli autori a cui vengono paragonati. C’è anche un altro motivo: l’evasione. Io odio l’evasione. Soprattutto in questi tempi cupi. Credo nella narrativa che abbia qualche contenuto sociale, che faccia pensare.

Ecco perché Enrico Pandiani mi piace, perché fa riflettere e perché non emula nessuno, se non se stesso. Il suo ultimo romanzo, Una pistola come la tua (Rizzoli), nuova avventura per il commissario Mordenti e la sua squadra di Les Italiens, ha, a mio avviso, la stessa forza e la stessa immediatezza del primo capitolo della saga (se di saga di può parlare). La testa mozzata di madame Saint-Nectaire, amica di chef LeNormand, il comandante della Brigata criminale, dà un tocco efficace da Grand Guignol a un libro teso, puntellato da un’ironia graffiante e da un ritmo magistrale. Una storia che non ha paura di insinuarsi nella malapolitica, negli armadi chiusi di un potere occulto, dando voce a una galleria di personaggi straordinari, in primis Jean-Pierre Mordenti, tratteggiato con piglio sicuro, ormai uomo in carne e ossa, a dirigere i suoi compagni sulle strade di una Parigi e di una Francia piene di contraddizioni, di incomunicabilità ma anche di profonde sinergie umane. Bellissime, come sempre, le descrizioni e le caratterizzazioni dei personaggi femminili, donne di cui ci si può facilmente innamorare, ennesima conferma di come Enrico Pandiani abbia una sensibilità a tutto tondo, difficilmente ritrovabile nelle pagine di altri scrittori noir nostrani, o meglio, non a questi livelli di profondità.

Rimanere fedele a se stessi. Questo sembra il messaggio di Toringrad, dello scrittore albanese Darien Levani (Spartaco Edizioni). Un romanzo avvincente, che si legge tutto d’un fiato grazie alla ritmicità esplosiva del testo. È la storia di Drini, albanese, ex studente di storia, ex spacciatore di cocaina che sulla soglia dei trent’anni apre Toringrad, un bar nel cuore della Torino multietnica. Tutto sembra andare per il verso giusto fino a quando il cognato Petrìt viene tradito e la coerenza di Drini nei confronti della propria famiglia lo riportano sulla strada della droga. Si tratta di un romanzo diretto, livido, capace di raccontare un mondo sommerso, quello del traffico internazionale di sostanze stupefacenti e del disagio delle periferie italiane e di analizzare la psicologia dell’immigrazione. È un libro “balcanico, sapientemente curato, che ci proietta nelle dinamiche dei clan albanesi, nel passato poco conosciuto di una nazione con forti legami con il nostro bel paese e nei disagi di chi vede nella coerenza di un proprio stile di vita l’unico modo per avere qualche chance di speranza per un futuro diverso.

Non so se Figli della polvere, di Colin Winnette (Edizioni Clichy, traduzione di Leonardo Taiuti) possa effettivamente considerarsi un noir. Sicuramente è un romanzo bellissimo, uno dei migliori che mi sia capitato di leggere ultimamente. Forse potrebbe essere definito un western-noir, capace di stravolgere tutte le dinamiche tradizionali del genere e renderlo attualissimo. È la selvaggia e acida epopea dei fratelli Brooke e Sugar, killer di professione che dopo l’ennesima carneficina si ritrovano al loro campo notturno un bambino nudo che non ricorda nemmeno il suo nome e che i due decidono di chiamare Bird. Il ragazzino, dopo un episodio fortemente drammatico e delirante, si separerà da loro e cercherà la sua strada in un mondo brutale e spietato, dovrà fare i conti con comunità al limite della decenza umana, incontrerà ottusi uomini della frontiera, aspettando e in parte cercando una resa dei conti con il proprio passato. Un romanzo pervaso di un’ironia grottesca e surreale, crudo, rapido. Una scrittura, quella di Colin Winnette, incapace di dare qualche possibilità alla redenzione e ai buoni sentimenti. Politicamente scorretto. Allergico all’evasione letteraria.