È in corso la vibrante protesta dei “nastrini rossi”. Si tratta di insegnanti che, a seguito del decreto Buona Scuola (Legge 107/2015), ad agosto 2015 hanno dovuto sottoscrivere una domanda che conteneva, in seno, la possibilità di mobilità sul territorio nazionale, pur con anni di insegnamento alle spalle. L’alternativa era rappresentata da un’attività di insegnamento lunga al massimo 36 mesi. Se in questa fase transitoria non avessero ottenuto il ruolo, sarebbero stati espunti dalle graduatorie dei docenti.

Senonché, gli insegnanti lamentano di aver dovuto sostanzialmente (anche se non formalmente obbligati) sottoscrivere quella che chiamano una “domanda di deportazione” coercitiva senza conoscere, né allora né oggi, il contingente numerico dei posti a disposizione. E, a distanza di quasi un anno, non sono note neanche le graduatorie. Solo in Puglia, sono 6040 i docenti interessati alla questione, che hanno prodotto domanda, obtorto collo. Il 20% di essi si è già spostato lo scorso anno, per lo più al nord. Con l’unica prospettiva alternativa di dover – presumibilmente – perdere un bagaglio di titoli ed esperienze didattiche accumulate nel corso di anni di attività di docenza.

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Molti di essi si ritrovano a dover partire, anche dopo i quaranta anni di età, lasciando famiglie anche economicamente in difficoltà: alla separazione coatta da compagni e coniugi si aggiunge l’impegno gravoso di dover far fronte a spese doppie (doppie case, vitto e spese, più viaggi) con lo stesso budget già a malapena bastante fino a ieri. Insomma, ancora una volta si è costretti a scegliere tra lavoro e famiglia, come riporta Francesca Marsico su la Gazzetta del Mezzogiorno, come altrove, sempre qua, si deve scegliere tra salute e lavoro.

Dicotomie inaccettabili ma quanto mai tristemente attuali. La beffa, come sottolineano diversi docenti con cui ho avuto modo di parlare, risiede nel fatto che i posti in Puglia ci sarebbero, e non giustificherebbero l’esposizione a un’onerosa e forzata mobilità. Proprio dalla Puglia, è partita una protesta importante che è culminata nella presa di posizione del Consiglio Regionale, mediante la cosiddetta “mozione buona scuola” avente per primo firmatario il Consigliere Alfonso Pisicchio, approvata con consenso unanime dell’intera assemblea.

La mozione punta alla riapertura del contingente delle cattedre al fine di garantire il rientro dei docenti costretti alla mobilità e di fronteggiare il fenomeno annoso del tasso di dispersione scolastica e di abbandono, che, in Puglia, interessa un numero di scolari doppio rispetto a quanto prescritto dalle direttive comunitarie. Il consenso bipartisan del Consiglio regionale trova una base nei principi costituzionali del diritto al lavoro, alla famiglia e alle pari opportunità.

Diversi consigli comunali stanno inoltre sostenendo questa battaglia dei docenti. È evidente come stia emergendo una consapevolezza sul fatto che lasciar andare via persone formate e competenti costituisca un drammatico impoverimento del territorio che su quelle risorse e su quelle competenze ha investito per anni. Il 3 agosto prossimo la questione sarà discussa nella IX Commissione della Camera dei Deputati.

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