L’escalation di attentati terroristici in Europa è così grave che stiamo perdendo il conto e su Google ormai si cerca “attentato di oggi”.

Proviamo a ricapitolare brevemente gli ultimi (attenzione: mentre scrivo arrivano notizie di una nuova esplosione). La Germania non aveva ancora subìto attentati, ma in una settimana ne ha avuti quattro: Wurzburg (ragazzo armato di ascia sul treno), Monaco (attentato al centro commerciale Olympia, dove sono rimaste uccise 9 persone), Reutlingen (donna uccisa con un machete), Ansbach (bomba davanti ad un concerto).

In Francia, dopo Nizza, ieri abbiamo avuto l’attentato nella chiesa, dove è stato sgozzato un prete, vicino a Rouen. Nelle stesse ore, c’è stata una sparatoria in Svezia in un centro commerciale a Malmoe.

Perché in Europa siamo passati così velocemente da uno a tanti attentati? La risposta l’ha data il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella oggi durante la cerimonia del Ventaglio. I media generano un effetto emulazione: tv, giornali e social network diffondono queste notizie nel modo sbagliato.

Il Presidente ha detto: “Talvolta i media cedono alla tentazione di voler spiegare in tempo reale gli avvenimenti, in luogo di narrarli, cercando nello smarrimento della gente, nei frammenti di immagine, in testimonianze, rese talvolta sotto choc, conclusioni destinate sovente a rivelarsi fallaci alla luce dei fatti. Conclusioni che comunque, conquistando diritto di cittadinanza, nel moto, labile e perpetuo, dell’informazione, incidono nella formazione delle opinioni”.

“Non può valere in questo caso – ha proseguito  – il detto The show must go on, perché non si tratta di spettacolo bensì della vita e del futuro delle persone. Forse sarebbe opportuno, peraltro, ricercare il punto di equilibrio con l’esigenza di evitare che la ripetitività fuor di misura di immagini di violenza possa provocare comportamenti emulativi. Quegli stessi comportamenti che il web, pur tra tanti benefici, talvolta sembra suggerire, offrendo una platea sterminata ai predicatori di odio”.

Mattarella ha centrato il punto. Parlare in modo sensazionalistico di questi episodi in tv e sui mezzi di comunicazione di massa è molto pericoloso, può costare vite umane. Si tratta dell’effetto emulazione. Ecco come funziona.

L’effetto emulazione a seguito della notizia di una strage è stato studiato negli anni 70 da un gruppo di ricercatori americani. Si era notato che dopo un suicidio clamoroso (e vale lo stesso per omicidi – suicidi, come quelli dell’Isis) che monopolizzava l’agenda mediatica, i suicidi aumentavano di dieci volte nel breve periodo. A volte questi suicidi erano mascherati da incidenti che coinvolgevano altri, come il noto episodio del pilota d’aereo della Germanwings che si è fatto precipitare con tutti i passeggeri.

A rinforzare la teoria dell’emulazione è anche il target di chi segue l’esempio distruttivo. Spesso il target combacia con quello di chi ha fatto notizia: se il suicida o l’attentatore in prima pagina è giovane, muoiono nello stesso modo soprattutto giovani. Lo vediamo anche in questi giorni, dove gli attentatori di Wurzburg, Monaco e Rouen sono tutti fra i 17 e i 19 anni.

Il sociologo David Phillips capì dunque che si tratta dell’effetto Werther, dal nome del romanzo di Johann Wolfgang Goethe I dolori del giovane Werther, dove si racconta di un ragazzo suicida per amore. Questo bestseller di fine ‘700 generò un’ondata di suicidi per emulazione. Per questo oggi chiamiamo effetto Werther l’effetto emulazione.

Essendo questo un rischio concreto e incontrollabile una volta innescato, l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda “che i mezzi di comunicazione esercitino estrema prudenza e riservatezza nelle notizie riguardanti casi di comportamento suicida. Dovrebbe essere discusso con esperti di comportamento suicida e di prevenzione prima di essere reso pubblico” (Acta Psychiatrica Scandinava, Supplementumn. 354, vol. 80, 1989, p. 22). Lo stesso vale ovviamente per le stragi, che spesso finiscono con un suicidio.

L’Isis ha creato un paradosso comunicativo: denunciando i loro orribili gesti, ne causiamo altri. Una trappola nella quale siamo caduti: dei macabri creativi si ingegnano per trovare ogni volta formule nuove (che facciano quindi più notizia) di attentato (la bomba, il blitz con fucili automatici, il camion), luoghi nuovi (il luogo casuale come il bar, il luogo che ti aspetti come la chiesa o il centro commerciale); ci danno il loro materiale virale e noi lo diffondiamo sui media. Per noi intendo tutti, non solo tv e giornali, ma anche i comuni utenti di Twitter, Facebook e Youtube.

Cosa fare allora per smettere di aiutare l’Isis a reclutare i lupi solitari? Prima di tutto bisogna decidere se dare la priorità alle copie vendute, allo share e ai clic, oppure se darla alle vite umane. Le Monde ha appena scelto la seconda strada. Dopodiché, bisogna risolvere l’eterno dilemma del diritto di cronaca (per giornali e tv) e della libertà di espressione (per i social), un valore che Twitter e Facebook considerano intoccabile. Ovviamente non si può non essere d’accordo. Ma questa volta più che di “cronaca” o di “espressione” dovremmo parlare di armi. E allora le cose cambiano.

A segnare la strada potrebbe essere il direttore stesso di Le Monde, Fenoglio, che nella sua analisi ha parlato di un “limite all’esercizio della critica” in una situazione generale che definisce di guerra. Il punto è questo: se per l’Isis il nostro sistema di informazione è un’arma, allora come tale dovrebbe essere trattata. Possiamo disinnescarla. In che modo?

Nel 2009 la Bbc ha provato a dare delle linee guida per evitare l’effetto emulazione. La tv pubblica britannica suggerì:
1. Non cominciare a raccontare la storia con le sirene in sottofondo.
Probabilmente per il senso di allarmismo che il suono stesso delle sirene ci trasmette.

2. Non pubblicare fotografie del killer.
Proprio come ha deciso di fare Le Monde e come chiedevano a ragione le autorità francesi subito dopo l’attentato di Nizza.

3. Non coprire l’evento 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 e non porre il focus sulla conta dei morti.

4. Localizzare la storia il più possibile, per la comunità che è coinvolta, e renderla quanto più noiosa per tutti gli altri.

Lo stesso Hollande ieri dopo la strage nella chiesa di Rouen ha specificato quale comunità fosse stata attaccata: sono stati colpiti “i cattolici e con essi tutta la Francia”, ha detto. Mentre nelle prime stragi non veniva fatta nessuna distinzione. Nella strage di Charlie Hebdo non furono colpiti i giornalisti di satira, per esempio, “e con essi tutta la Francia”.

Arriveremo a questa presa di responsabilità da parte del sistema dell’informazione italiano ed europeo? Non possiamo ancora saperlo, ma ciò che è sicuro è che il risultato auspicato da Mattarella e dagli esperti di comunicazione sarà comunque raggiunto. Pur volendo continuare a ragionare solo secondo logiche egoistiche fatte di copie vendute, ascolti e clic, andando avanti di questo passo gli attentati non faranno più notizia e dunque se ne parlerà sempre meno. In effetti, agli attentati in Europa ci stiamo già abituando.