Non pubblicare più i nomi e le foto degli attentatori. Il motivo? Evitare possibili casi di emulazione, da parte di persone con disturbi psichici, che porterebbero implicitamente all’aumento esponenziale degli attentati, compiuti però da persone che non hanno quasi nessun collegamento con cellule terroristiche. A chiederlo è Claudio Mencacci, presidente della Società italiana di psichiatria.  “A fronte dell’incapacità di prevenire tali atti di violenza – ha spiegato Mencacci – è evidente che si tratta di episodi di suicido allargato a cui la spettacolarizzazione garantita dalla stampa e dal web assicura audience. Ecco dunque che è molto alto il rischio di contagio fra adolescenti ad alto rischio emulativo“. Per lo psichiatra, quindi, “il pericolo reale in questi giorni è quello di un effetto contagio. Ecco perché andrebbe evitata l’eccessiva descrizione, ma anche l’involontaria trasformazione in atto eroico con una connotazione politica o religiosa forte, di azioni compiute da una persona con un disagio mentale. E’ fondamentale informare il pubblico circa minacce o azioni terroristiche, ma lo è anche contrastare in ogni modo il pericolo di emulatori”.

Diventa quindi argomento di dibattito il tema sollevato proprio oggi dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha chiesto ai mezzi d’informazione di “ricercare il punto di equilibrio con l’esigenza di evitare che la ripetitività fuor di misura di immagini di violenza possa provocare comportamenti emulativi“. Il capo dello Stato ha dedicato al tema una parte del suo discorso alla cerimonia del Ventaglio. “Talvolta – ha detto – i media cedono alla tentazione di voler spiegare in tempo reale gli avvenimenti, in luogo di narrarli, cercando nello smarrimento della gente, nei frammenti di immagine, in testimonianze, rese talvolta sotto choc, conclusioni destinate sovente a rivelarsi fallaci alla luce dei fatti”.

Per Mattarella, però, “non può valere in questo caso il detto the show must go on, perché non si tratta di spettacolo bensì della vita e del futuro delle persone. Forse sarebbe opportuno, peraltro, ricercare il punto di equilibrio con l’esigenza di evitare che la ripetitività fuor di misura di immagini di violenza possa provocare comportamenti emulativi. Quegli stessi comportamenti che il web, pur tra tanti benefici, talvolta sembra suggerire, offrendo una platea sterminata ai predicatori di odio“. Parole, quelle del presidente, che in qualche modo sono in linea con le dichiarazioni rilasciate aualche giorno fa dal sociologo Michel Wieviorka. “La violenza estrema – ha detto al quotidiano La Stampa – è nello spirito dei tempi, regna nell’informazione e nei social network. Triste dirlo, ma è così: è onnipresente. E fornisce perfino riferimenti, idee a chi ha una psicologia fragile. La violenza dà un senso all’infelicità di certe persone”.

Proprio oggi, invece, il quotidiano francese Le Monde ha annunciato non solo non pubblicherà più le immagini di propaganda dello Stato Islamico, ma anche le foto degli attentatori per evitare effetti di glorificazione postuma“. Più o meno come era avvenuto nel febbraio del 2015, subito dopo la diffusione dei primi video di propaganda dello Stato Islamico: immagini raccapriccianti che raffiguravano le decapitazioni e le esecuzioni messi in atto da parte dei guerriglieri dell’Isis. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era rappresentata probabilmente dal video che raffigurava l’uccisione Moaz al-Kasasbeh, il pilota giordano bruciato vivo. In quei giorni testate autorevoli come il Guardian sottolineavano come la decisione di pubblicare i video dell’Isis non fossero in alcun modo legati al diritto di cronaca, ma servissero spesso solo ad aumentare il traffico dei siti web: è per questo motivo che ad un certo punto i filmati di propaganda del Califfato erano scomparsi dai principali giornali del mondo. In quel caso occorreva evitare di amplificare la propaganda dell’Isis. Adesso, invece, il rischio è fornire esempi a soggetti instabili, che vedono negli attentati una fonte d’emulazione.