Dopo aver letto un po’ di reazioni alla strage di ieri in Francia, stavo iniziando a scrivere un post che volevo intitolare “Perché non è una guerra di religione”. Poi ho visto che il Papa aveva appena trovato una sintesi migliore: “E’ una guerra, non di religione”. Il Papa, dico, cioè quello che dovrebbe essere alla testa di uno dei due eserciti di questo conflitto tra presunte civiltà. Anche l’Imam della moschea di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyib che non è il Papa dell’Islam ma di gran lunga una delle voci più autorevoli (almeno tra i sunniti) in una comunità religiosa senza gerarchie, ha detto che “gli autori di questo attacco barbaro si sono spogliati dei valori dell’umanità e dei principi tolleranti dell’Islam che predica la pace e ordina di non uccidere gli innocenti”.

Uno squilibrato, Adel Kermish, già noto alle autorità francesi, con il suo complice Abdel Malik Nabil P. hanno ucciso un prete vicino a Rouen, in Francia: padre Jacques Hamel, 86 anni. In Chiesa. Subito il Foglio titola, con carattere rosso sangue, “Il genocidio cristiano arriva in Europa” e cita una sura del Corano, “i musulmani devono far guerra agli infedeli che vivono intorno a loro”. Liberation, più laica, si chiede “la Francia è in guerra?”.

Non si contano, ovviamente, i commenti di chi dice che è iniziata una guerra di religioni. Islam contro Cristianesimo? E si moltiplicano gli appelli ai membri delle comunità islamiche, sempre più spesso chiamati “sedicenti moderati”, perché si dissocino dagli sgozzatori. Ogni donna col velo deve dire che sotto non nasconde esplosivo e che disprezza quelli che lo fanno, ogni uomo che desidera pregare cinque volte al giorno appena si rialza deve urlare ai passanti che non sta sognando il martirio. E’ questo che volete da un miliardo di musulmani?

Proviamo a essere seri, anche per rispetto dei morti di queste tragedie.

Le denunce di guerre di religione arrivano da chi, di solito, cerca ogni appiglio per una polemica che non riesce a nascondere la sua matrice conservatrice, xenofoba, spesso razzista. L’ignoranza è il carburante di questi fuochi di indignazione. Su quali basi si può parlare di guerre di religione? Perché uno squilibrato che si richiama all’Islam e a un gruppo terroristico ha ucciso un ministro di un’altra religione? Il problema è che è squilibrato o che cita Allah?

L’Isis colpisce da mesi l’Europa e l’Occidente. Ma colpisce ancora di più il mondo musulmano. Quattro giorni fa tre attentatori suicidi hanno nascosto cinture esplosive sotto burqa da donna e si sono fatti esplodere in un corteo a Kabul, uccidendo 80 persone, oltre 200 i feriti. Quasi tutti della minoranza hazara.

“Un attentato, quello di Kabul, che rientra a pieno nella strategia di strumentalizzazione delle identità religiose ai fini della destabilizzazione, portata avanti dall’Isis – e non solo – nella regione attraverso attacchi mirati alle comunità sciite e volti ad alimentare la violenza settaria. Non vi è nulla di atavico, di irrazionale: il terrorismo è utilizzo della violenza a fini politici”, come ha scritto l’analista Annalisa Perteghella dell’Ispi. Che commenta: “Questo non è odio cieco. Questa è una strategia calcolata e razionale, atta a destabilizzare gli stati target, dipingendo le classi di governo come incapaci di proteggere i propri cittadini”. A Baghdad, a inizio luglio, ci sono stati 250 morti. Più che nella somma delle varie stragi in Francia degli ultimi due anni. E’ lecito supporre che fossero tutti musulmani.

E’ una ben strana guerra di religione quella in cui si ammazzano i propri soldati. Questo è l’Isis che, va ricordato, da mesi colpisce l’Occidente in tutti i suoi luoghi simbolo (aeroporti, feste, locali) ma nella gerarchia degli obiettivi sensibili le chiese mezze vuote sono arrivate piuttosto in coda.

Poi ci sono quelli che i giornali amano chiamare “lupi solitari”, ma sarebbe meglio dire “pazzi isolati” o “ribelli in cerca di una causa”. Che vengono reclutati dall’Isis poco prima che commettano una strage e a volte, è l’impressione, addirittura dopo. Con una specie di “appartenenza alla memoria”. Non si riesce a intravedere alcuna matrice di radicalismo tradizionale nel loro passato, non sono adepti di imam che hanno spinto verso direzioni estreme la loro fede, non sono neppure sempre consapevoli dello sfondo geopolitico della violenza. Emerge sempre più spesso la figura dell’assassino che urla “Allah Akbar” come uno slogan, un urlo liberatorio mentre sfoghi le tue pulsioni distruttive. E’ colpa dell’Islam? Mah.

E’ un gioco che vediamo da quindici anni, dall’11 settembre del 2001, quello di prendere una sura del Corano e a quella appendere ogni violenza. Replicano dall’altra parte quelli che, stando al gioco, sempre nel Corano trovano sure che dicono l’opposto e invitano alla pace e all’amicizia tra i popoli. Un approccio intellettualmente assurdo e inaccettabile in una società laica. Tanto più che, nell’Islam, non c’è un’interpretazione autentica del Corano (che, per i fedeli più rigidi, non può neanche essere tradotto dall’arabo, men che meno interpretato).

Avventurarsi in una disputa teologia per dimostrare la profonda natura corrotta e violenta dei musulmani significa abdicare a ogni forma di ragione, abbandonare le lenti con cui guardiamo la realtà. In modo speculare, dovremmo forse cercare nella Bibbia la prova della “nostra” superiorità? “Nostra” di chi, poi, di quelli che vanno a messa tutte le domeniche? Di quelli che sono anche in regola con la confessione? O di quelli che da piccoli, decenni fa, sono andati a qualche lezione di catechismo e hanno fatto la prima comunione? Chi siamo “noi” nella guerra di religione?

In un agile libro per appena pubblicato per il Mulino I musulmani, lo studioso dell’Università Cattolica Paolo Branca osserva che la presenza crescente di musulmani nelle nostre società occidentali può, in effetti, spingerci a interrogarci su quali sono le componenti che definiscono la “nostra” identità, ma questo processo può portare a un’utile consapevolezza, e arricchire tutti, soltanto se “sapremo governare le emozioni, occupandoci più utilmente di raccogliere nozioni basilari che assicurino migliore conoscenza e maggiore consapevolezza”.

Ovvero: prima di parlare di guerra di religione, fermatevi un attimo a pensare. Perché, come diceva Oscar Wilde, “a volte è meglio tenere la bocca chiusa e sembrare stupidi che aprirla e togliere ogni dubbio”.