Gli “islamici”? Non esistono. Il “popolo islamico”? Neppure. Semmai stiamo assistendo giorno dopo giorno alla costruzione di una vera e propria “forma di razzismo” che è l’ “islamofobia”. Lo scrive Lorenzo Declich, esperto di mondo islamico contemporaneo, collaboratore di Limes, traduttore dall’arabo, nel suo libro intitolato: Islam in 20 parole (Laterza). Il principale imputato di questa stereotipizzazione e relativa distorsione di significato, sicuramente proveniente da una scarsa e imprecisa conoscenza dei concetti originari e della lingua da tradurre, è ascrivibile a quello che Declich definisce l’ “infotainment”. Il misfatto lessicale da cui tutto inizia è l’entrata in gioco della parola Islam nei media, come tra le persone comuni, “ma spesso chi ne parla”, segnala Declich, “ne ha un’idea fortemente stereotipata”. Lo stereotipo più utilizzato è proprio quello dell’Islam come “un insieme di regole che dalla sua epoca d’oro non sono mia cambiate”, un sistema immutato e immutabile nel tempo spesso riferito a qualcosa di “irrimediabilmente medioevale”.

Parlare di Islam oggi significa, per molti versi, constatare la misura di una distanza, quella fra ‘noi’ e ‘loro’ che si fa di giorno in giorno più corta e, anzi, spesso si annulla”, è scritto nell’introduzione del libro. E per questo l’autore ha composto il breve ma ricco vademecum “per riaprire le porte della curiosità” dove vengono esposte alcune nozioni sulla religione islamica (Corano, Muhammad, Allah); concetti che riguardano l’unità e la divisione nell’Islam (Fitna, Umma); altri sulla natura del luogo comune che vuole l’Islam come sistema di pensiero totalizzante in cui non c’è separazione tra politica e religione (Din, Dawla, Jihad); e poi ancora i concetti di Medio Oriente, Modernità, Politica, Economia; fino a temi più di attualità come Terrorismo, Islamofobia, Donne.

Intanto il termine Islam, in una delle sue possibili traduzioni, in questo caso in lingua araba, significa “sottomissione a Dio”. Invece nella traduzione che Declich definisce “culturale” in lunga italiana diventa sulla Treccani sia sì la grande religione monoteistica fondata da Maometto”, ma anche collettivamente “il mondo musulmano”. Meglio non va per Wikipedia. “La parola Islam è divenuto un contenitore in cui raccogliere nozioni su religione, politica, società e cultura altre”, scrive l’autore del libro. Ma è sul termine “islamico” che salta ogni reportage dell’informazione radio, web, tv occidentale. “Gli islamici non esistono nella realtà. Sono un prodotto di un mondo immaginato, in cui l’islamico va a inserirsi in una zona grigia che sta fra un musulmano e un islamista”. Secondo Declich, infine, esiste ancor meno un “popolo islamico”. Questi “esiste in astratto proprio perché ve ne sono diversi, tutti connotati da una particolare lingua, o da una qualche caratteristica socio-culturale”. Ed è qui che nasce costruita dai media  l’ “islamofobia”.

Declich ricorda con ironia come questo concetto metta insieme tutti i popoli islamici, all’unisono, nel compiere azioni in modo coordinato, specialmente a livello politico, soprattutto in “eventi specifici”, ad esempio la pubblicazione delle vignette oltraggiose o i film che offendono la sensibilità dei musulmani. “In queste occasioni i titoli dei giornali, i commenti dei blogger, le aperture dei tg abbandonano gli indugi e con maggiore o minore intensità alimentano la percezione di una massa formata da un miliardo e seicento milioni di persone che, come telecomandate, minacciano il mondo libero, o meglio l’universo valoriale dell’Occidente. Laddove la maggior parte di quel popolo non sa di far parte della cospirazione”. La traduzione “culturale” non risparmierebbe nemmeno parole chiave come “fatwa” e “jihad”, termini “entrati a far parte del nostro vocabolario (…) vivono da noi una vita a sé, avendo assunto nel tragitto compiuto caratteristiche e significati peculiari, legati alle contingenze del loro radicamento”. Insomma, capiamo quello che vogliamo capire e non quello che effettivamente è. Prendiamo la “fatwa”, “tecnicamente un parere giuridico non vincolante”, a detta di Declich, che nel caso Khomeini vs. Salman Rushdie divenne “un verdetto definitivo e spesso mortale, e in questa accezione fortemente riduttiva, viene tuttora usata da politici, intellettuali, comici nostrani per insaporire le loro denunce con un tocco di ‘barbarie’ ”. Idem per il “jihad”, nel lessico religioso “usato per indicare qualche genere di “sforzo sulla via di Dio”, che invece è stata “associata, attraverso una catena di eventi storici molto discutibile, alla nozione cristiana di ‘guerra santa’, tanto che è oramai comune usarla al femminile”.

Islam in 20 parole è stato scritto ovviamente prima della sequela di attentati terroristici dell’estate 2016 dalla folle anche se autonoma radice di radicalismo riferito alla guerra politico-religiosa dell’IS. Non per questo manca un capitoletto sul concetto di “Terrorismo”. Spazio eminentemente “storico” però, di analisi del passato recente che anche qui combacia su imposture, fake e invenzioni del mondo dell’informazione, come anche di molti affabulatori/comunicatori tra le fila dell’IS. Da un lato, ad esempio, l’incapacità dell’infotainment di distinguere tra le fila di oppositori e insorti contro i soldati americani a Falluja in Iraq – prima città a cadere in mano dei seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi – di certo non tutti membri dell’IS anzi a migliaia oppositori pacifici incarcerati dall’amministrazione irachena post Saddam. Dall’altro il grande abbaglio di propaganda militare-politica-religiosa dell’IS in Siria/Iraq. “Ognuno legge la storia come vuole, e ciò determina un rimescolarsi di elementi interni ed esterni ad un determinato contesto culturale e religioso. Lo “Stato Islamico”, in questo senso, non è figlio dell’Islam storico più di quanto non lo sia di Twitter e Facebook, strumenti che usa abilmente per farsi pubblicità perché è nel mondo globalizzato che lo Stato Islamico intende diffondersi”.