C’è stato un tempo, sul volgere del secolo scorso, in cui l’ascolto della musica era una sorta di rito. Il tutto avveniva solitamente attraverso un piatto e un vinile, in una cameretta. Si prendeva un disco nuovo, lo si appoggiava sul piatto, si abbassava la luce e si ascoltava la musica, possibilmente tenendo lontano chiunque potesse arrecare disturbo. La musica, spesso musica di elevata qualità, aiutava a scappare dal mondo, o più presumibilmente ci trasportava in un altro mondo, quello che gli artisti in questione avevano pensato per noi, suonato per noi, cantato per noi. Si viaggiava attraverso la musica, si andava altrove. E spesso quell’altrove era migliore del qui e adesso.

Le cose sono decisamente cambiate. È vero, il mercato del vinile è tornato a farsi sentire, raggiungendo, dati FIMI, percentuali ancora irrilevanti ma statisticamente significative. Il problema è che la musica non è più pensata con queste finalità, nella stragrande maggioranza dei casi, dato che la si ascolta prevalentemente attraverso supporti come smartphone o lettori MP3 la si suona direttamente pensandola in formato compresso, i suoni sono tutti schiacciati, e di conseguenza peggiori. Essendo lo streaming e il digitale la principale forma di consumo di musica, difficilmente gli album vengono pensati come tali, e si tende a ragionare su canzoni singole, raccolte poi in lavori destinati a essere ascoltati secondo gusti e logiche personali. Insomma, tutto è cambiato. O quasi. Il mondo là fuori, infatti, è ancora un posto da cui scappare. Anzi, lo è forse ancora di più. Un posto molto spaventoso, non è necessario spiegare il perché, basta dare un’occhiata alle altre pagine di questo quotidiano, prestare uno sguardo minimo alla cronaca. Quindi una musica capace di farci evadere sarebbe, oggi, quantomai benvenuta, necessaria, vitale.

Fortunatamente qualcuno che ancora guardi alla musica, alle canzoni come a qualcosa da scrivere e eseguire per creare magia, arte, c’è. A volte, e di questo dobbiamo compiacerci, questa magia avviene per incontri sulla carta improbabili. Di più, sulla carta impossibili. È il caso di The Claypool Lennon Delirium. Tutte le parole che compongono il nome di questo strano ensemble, perché chiamarla band suonerebbe ulteriormente strano, sono già di per loro parte di quella magia, carta canta. Claypool, ca va sans dire, è Les Claypool, uno dei geni riconosciuti della musica rock degli ultimi decenni. Il suo nome è legato a doppio filo a quello della sua principale creatura, i Primus, e al suo inseparabile basso a sei corde (la voce fumettosa è anch’essa parte del suo marchio di fabbrica, è noto), ma le sue creature sono molteplici, e tutte di estrema qualità.

Se esiste, oggi, qualcuno capace di fare propria l’eredità di Frank Zappa, Claypool è in prima fila per candidarsi a quel ruolo. Lennon è un cognome che mette paura, è vero. Perché non può trattarsi di John, Mark Chapman ha reso il tutto impossibile. Quindi i candidati restano due, Julian e Sean, figli rispettivamente della prima e seconda moglie di John, entrambi artisti dalle carriere non propriamente di successo. Ma pur sempre dei Lennon. Nel caso specifico il Lennon in questione è Sean, figlio di Yoko Ono, per una volta qui parte della magia, messo a fuoco. La parola Delirium, lì a fare da sigillo tra i due nomi, è quantomai azzeccata. Molto di quanto fatto da Claypool fin qui è delirante. Tutto. Il leader dei Primus non ha idea neanche vaga di cosa sia un canone o una regola, di cosa sia un limite. Questo succede ai geni, ai visionari. E Les Claypool è sia l’uno che l’altro. Da questo incontro, nato per passare il tempo durante una pausa dal progetto Primus, tra una collaborazione con Stewart Copeland, una con Tom Waits, e con chiunque altro abbia avuto in sorte di incrociare il proprio strumento col nostro, è nato un album capace, oggi, di ricreare quella magia in voga sul volgere del secolo scorso: Monolith of Phobos. Metti il cd sul lettore, o più presumibilmente parti con l’ascolto in digitale, abbassi la luce, chiudi gli occhi e parti per un altro mondo. La parola psichedelia riacquista oggi un nuovo significato. Delirante, appunto. Ballate lisergiche, brani nervosamente funk, rock, art-rock, hard-rock, pop, jazz, e chi più ne ha più ne metta.

Un album, questo, capace di riportarci indietro nel tempo, ma più che altro di portarci altrove, e questo oggi come oggi sembra davvero necessario. Perché Claypool mai come in questo caso suona leggero, e Sean Lennon mai come in questo caso suona psichedelico e profondo. Impossibile raccontarlo, ma sicuramente urgente ascoltarlo. Una sorta di macchina del tempo che ci porta in un passato, gli anni Novanta, ma anche gli anni Sessanta. Una sorta di navicella spaziale che ci porta in un’altra galassia, in un altro mondo, migliore. Frank Zappa, ma anche lo stesso John Lennon, se lo staranno godendo, da qualche parte.