Mi permetto di unirmi alla lode di Ermanno Olmi fatta su ilfattoquotidiano.it, in occasione degli 85 anni del “maestro” (ma lui sicuramente non ama essere chiamato così).

Lo faccio solo per aggiungere qualche piccola considerazione a margine. Non ho mai amato il cinema italiano, per la stessa ragione per cui non ho mai amato la canzone italiana, uniti dal binomio “cuore, amore”. Difficile quantificare la percentuale di film o canzoni che trattano il tema della famiglia e della coppia, implicitamente denunciando la pochezza della nostra cultura. Pur con le dovute eccezioni. Nella canzone, buona parte dei cantautori. Nel cinema, il neorealismo, e poi, senza essere esaustivi, Fellini, Monicelli, ma soprattutto Ermanno Olmi. Quest’ultimo in particolare l’ho sempre trovato più vicino di altri alla mia sensibilità. Fin dai suoi primi lavori, emerge nelle sue opere il profondo legame con la vita contadina e la critica (mai astiosa, per la carità) verso l’Italia del boom economico prima e del post boom dopo.

Sarà per questo che quando ho visto sugli scaffali di un reminders la sua autobiografia L’apocalisse è un lieto fine (Rizzoli edizioni), l’ho subito acquistata. E non mi ha deluso.

In essa si trova quel mondo (che definirei “delle piccole cose”) che egli descrive così efficacemente in film e documentari, narrato con la stessa sensibilità. Non so se a qualcuno di voi è mai capitato di chiedersi con chi vorrebbe trascorrere una serata. A me talvolta capita, ed Ermanno Olmi è il nome che mi sovviene alla mente. Consiglio a tutti di leggere quest’estate questo libro, dal quale mi piace trarre questo brano particolarmente significativo:

“Ripenso alle due realtà che ho conosciuto per averle vissute in prima persona: quella rurale e quella industriale. La cultura urbana (“la civiltà”, si dice, ma non mi convince) assicura uno stipendio a fine mese, consentendoci di sopravvivere. Ma fino a quando? E non è una domanda retorica. Inoltre è un meccanismo fragile: se si inceppa un ingranaggio – come forse sta già accadendo -, allora non si avrà più neppure la certezza del pane garantito. Anche per questo dobbiamo diventare consapevoli del valore o del disvalore della nostra condotta: le nostre scelte sono buone o cattive, sane o velenose, civili o addirittura criminali. Cosa vogliamo fare di questa nostra Terra? Sono aperti molti interrogativi. Nel secondo dopoguerra, in uno slancio ottimista verso la ricchezza, abbiamo privilegiato i grandi numeri del denaro e del consumo. Ora siamo a un punto di stallo di un sistema economico senza sbocco, ridotti a sopravvivere in un mondo che abbiamo avvelenato, e che sta per essere seppellito sotto montagne di rifiuti. Mi torna alla mente un aforisma di Jorge Luis Borges: “Non credo più in questo progresso. Che sia un progresso?