di Giacomo D’Alessandro

“Fa paura una donna liberata” è la frase di inizio della narrazione di ‘Hagar la Schiava’, testo del poeta arabo Adonis adattato da un altro poeta, Giuseppe Conte, e portato in scena in Italia in prima nazionale al SUQ Festival di Genova conclusosi  a fine giugno. “Offesa, ebbe la forza di fuggire, disobbedire,/e poi, bandita, abbandonata,/ assetata, trovò l’acqua del pozzo che salvò lei e il figlio./ Una storia che parla della lacerazione del corpo di una donna,/ della sua sconfitta./ Una storia che parla della sua ribellione, della sua/ liberazione, della sua vittoria”. Hagar è la serva egiziana data ad Abramo perché potesse concepire una discendenza, essendo sua moglie Sara sterile. E’ la concubina di un profeta padre delle tre grandi religioni: ebraica, cristiana, islamica. Darà alla luce Ismaele, capostipite del popolo arabo, ma su di lei non ci si sofferma. Donna invisibile, come spesso avviene nella storia, a cui nello spettacolo dà voce e corpo Carla Peirolero.

In Sara prevale il senso di oltraggio per ciò che lei stessa ha autorizzato, e la sua frustrazione si riversa su Hagar, che con il figlio in grembo fugge nel deserto, smarrita. “Sono estranea fra me e me/ alla domanda su di me non ho risposta./ Un altro corpo si muove dentro il mio/ non sono più certa di essere proprio me”. Nel viaggio interiore Hagar rivendica il possesso del suo corpo, la sua dignità di persona libera, fino a che la voce del narratore – interpretato da Enrico Campanati -, voce della Storia, la riporta alla realtà: “Tu parli del tuo corpo come se ti appartenesse / Invece appartiene ad Abramo./ Invece appartiene al tuo uomo. /Torna da lui… Lui ti ha posseduto, suo/ è il figlio che hai in te, lo chiamerai/ Ismaele, che vuol dire “Dio ascolta”/ da lui nascerà un grande popolo”.

Ma Hagar continua la sua liberazione, la sua ricerca di identità e di femminilità: “Il mio corpo è uno straccio/ dicono i loro insegnamenti./ Perché i loro insegnamenti dicono/ che il mio corpo è uno straccio?/ … Il mio corpo è ciò che ho iniziato e che inizio./ Il mio corpo è tutto quello che ricordo, indago e leggoPerché, allora, non glorificare i miei seni/ e il collo? E ciò che è loro attorno,/ le labbra, le mani, perché/ non trascinare il cielo sui fianchi,/ sul petto, la gola e la vita./ Perché non unificare la vita/ e ciò che verrà con ciò che serba la memoria?”. Hagar infine darà alla luce Ismaele, da cui discendono gli Arabi, mentre da Sara, non più sterile, nascerà Isacco, da cui discendono gli Ebrei. Cacciata definitivamente, Hagar salva la sua vita e quella del figlio grazie all’Angelo che la guida a un pozzo, ma decide di restare nel deserto, dove l’unione tra sé e la natura la rende libera, padrona di sé e dei suoi sensi. Uno slancio che la rende colpevole agli occhi del suo mondo.

Avvolti dalle musiche di Elias Nardi ed Edmondo Romano, nella Chiesa di S.Pietro in Banchi allestita a ricordare una “tenda biblica”, si è parte di una rievocazione millenaria che parla oggi in modo quanto mai attuale di femminilità, diritti, dignità, libertà, dove gli agganci a questioni “calde” in ogni cultura odierna sono molti e immediati, basti citare l’utero in affitto, la subalternità delle donne, le unioni imposte, i ripudi, i tabù sessuali, il femminicidio, la cultura della donna-oggetto al servizio della virilità. E una storia millenaria di strumentalizzazioni politiche, religiose, economiche, militari.

Sostengono che sono stata creata/ per essere soltanto quel recipiente,/ per accogliere lo sperma come se fossi/ soltanto un campo da arare:/ il mio corpo è scorie e mestruo,/ la mia vita scorre/ una volta è un grido, un’altra un cenno./ Perché allora l’universo scrive i suoi segreti/ con mano di innamorato?/ E perché allora nascono i profeti/ nel letto di una donna?

E’ chiaro dunque l’impegno del poeta siriano Adonis che rievocando ‘Hagar la Schiava’ continua a perorare la causa dell’emancipazione femminile, soprattutto nel mondo islamico (Adonis è autore del recente ‘Violenza e Islam’, Ed. Guanda). L’amore per le donne, la loro importanza, sono al centro del lavoro letterario e dell’impegno civile dei due poeti, Adonis e Giuseppe Conte, che hanno ricevuto al SUQ il Premio Agorà Med, come ambasciatori del dialogo tra le due sponde del Mediterraneo, attraverso l’arte, il teatro, la poesia.