di Donatella Girardi (Psicologa)

Venerdì 22 luglio. Tardo pomeriggio. La tv ed i giornali ci informano dell’ennesima strage. È come un film che si ripete. Parigi, Nizza, Monaco. La narrazione intorno all’evento assume una forma imprevista. Il terrorismo di matrice jihadista sembra non c’entri nulla. Ne segue disorientamento.

Nei giorni seguenti leggiamo pagine che tentano di correre ai ripari rispetto al vuoto di significato che lascia l’assenza della diagnosi di terrorismo. L’ipotesi cavalcata è quella della follia. I problemi psichiatrici del diciottenne Ali Sonboly, insieme alle sua lunga esperienza di vittima di bullismo, sembrano svolgere egregiamente la funzione di sedare l’ansia da incomprensibilità del fenomeno, semplificandolo al punto da non lasciare nulla alla riflessione critica.

Parlare dell’autore della strage come di uno “squilibrato” e definire gli eventi come strage della follia sembra avere l’esito di abdicare alla comprensione di quanto avvenuto. Ricorrere alle diagnosi psichiatriche sembra rappresentare la difficoltà culturale di pensare e comprendere i fenomeni di marginalità e violenza di cui stiamo parlando.

Lo squilibrato è tale ovunque si trovi, è solo, fuori da qualunque rapporto che possa rendere intellegibile gli eventi, fuori dalla storia, indipendente dal contesto di appartenenza, dai luoghi in cui è cresciuto e quelli in cui sogna di andare. Squilibrato è il nome che diamo all’impensabile, può essere definito tale solo se si fa fuori il contesto e quando questo avviene, per illudersi di comprendere non resta che aggrapparsi disperatamente alle più variopinte descrizioni dei deficit individuali che non spiegano ma descrivono semplificando.

Nelle pagine scritte sulla strage, timidamente compare il contesto ma solo come sfondo, non sembra entrare nell’analisi del fenomeno. In un dialogo, il giovane killer tedesco-iraniano dichiara la sua appartenenza ad un’area chiamandola Hartz IV, zona periferica di Monaco di Baviera, il cui nome deriva da misure di welfare entrate in vigore nel 2005 relative al sussidio pubblico e all’indennità di disoccupazione. Parla di esperienze di violenza vissute a scuola, utilizza la parola “bullismo” forse con l’ipotesi di fornire nessi causalistici tra la propria violenza e quella subita, dice anche di essere “in cura psichiatrica” ed urla invettive contro gli stranieri. Con questo quadro credo che parlare di follia e del disturbo depressivo diagnosticato al giovane rappresenti la decisione di non voler capire.

Viene in mente la categoria “periferia”, banlieue in francese. L’etimologia della parola ci dà, come sempre, qualche indizio attraverso il quale costruire ipotesi. La prima è quella secondo cui il suo significato letterale indica l’area che circonda la città e che era sottomessa alla sua giurisdizione (ban: potere di amministrare, lieue: luogo). La seconda fa riferimento al senso di esclusione che la periferia evoca rispetto al centro della città e fa quindi risalire l’origine del termine alla messa al bando (lontano dalla città) degli individui più poveri e ritenuti più pericolosi.

Esclusione e distanza: non sono forse questi i tratti fondanti della periferia?La deriva semplificante che legge i fenomeni come fuori dal contesto, escludendoli e tenendoli a distanza, è sempre alle porte. È da questo vertice che leggo le parole del ministro degli Interni tedesco: “La prevenzione spettava alla famiglia che ha sottovalutato il problema”.

Il tragico evento che vede Ali Sonboly come protagonista dovrebbe interessare chi si occupa di politiche sociali, sanitarie, d’istruzione (per citarne alcune). Trovo più interessante guardare alla strage come evento che rivela tragicamente il vuoto di politiche attente all’integrazione delle marginalità di ogni tipo.

La soluzione non è la militarizzazione repressiva dei contesti di convivenza (il riferimento è a tutti i contesti: dalle note disciplinari rivolte al bullo nella classe fino alle missioni di pace in Medioriente) ma nell’investimento per lo sviluppo di una cultura della convivenza democratica e laica che faccia della relazione con la diversità una risorsa. Io chiamo questo “politica” e la possiamo fare tutti.