Il referendum costituzionale è lontano, ma da quando la riforma è stata definitivamente approvata, il tema giornaliero del dibattito politico è la campagna referendaria; occasionalmente cede il passo ad altri avvenimenti che meritano l’attenzione dei media, ma il sottofondo è sempre lo stesso: la colonna sonora del 2016 è la riforma costituzionale.

Il filtro attraverso cui questa riforma è presentata alla pubblica opinione è essenzialmente mediatico: da una parte lo slogan della semplificazione, dall’altro quello della svolta autoritaria. C’è una considerazione, però, che potrebbe aiutare a prendere una decisione coloro che non vogliono stare al gioco della personalizzazione del referendum e che cercano qualcosa in più rispetto ai soli slogan.

Un’indagine di Open Polis risalente al dicembre 2015 mostra come la gran parte delle leggi approvate nel corso dell’attuale legislatura, più precisamente l’80%, è il frutto di disegni di legge, cioè dell’iniziativa legislativa del governo. Si legge poi nel rapporto (qui) che per l’approvazione finale di una proposta di legge ci vogliono in media 151 giorni qualora si tratti di una proposta del governo, e 375 in caso di iniziativa parlamentare. Oltre alla velocità con cui vengono approvate le leggi, un altro dato interessante è quello riguardo al rapporto tra leggi di iniziativa parlamentare e leggi di iniziativa governativa: per ogni legge parlamentare approvata, ne vengono approvate 36 di iniziativa governativa.

Ancora, il rapporto tra leggi approvate e questioni di fiducia poste dal Governo era, all’epoca del governo Monti, in piena emergenza economica, al 40% dei disegni di legge presentati: pesava la necessità di imporre scelte spesso impopolari e di evitare i voti di bandiera dei partiti con il rischio di affossare misure urgenti; l’attuale governo, in un momento in cui certamente il Paese naviga in acque molto più tranquille di qualche anno fa, presenta un livello di questioni di fiducia sceso solamente al 34% e ancora superiore rispetto al governo Letta, che si ferma al 27%, e al governo Berlusconi (solo al 16%).

Leggendo il dato relativo alla velocità media di approvazione dei progetti di legge, la prima reazione potrebbe essere quella di aderire alla campagna del Sì e sostenere le ragioni dell’accelerazione. Ma una riflessione più accurata potrebbe far cambiare idea.

La legge anticorruzione e la legge sugli ecoreati hanno impiegato rispettivamente 796 e 790 giorni, il decreto sulla riforma della PA e il decreto lavoro, invece, 44 e 40 giorni. Questa enorme differenza è un valido argomento per contrastare la logica dell’accelerazione. Senza dover ricordare il record dei 21 giorni per l’approvazione del Lodo Alfano, senza dover sottolineare che alla velocità non corrisponde necessariamente efficacia di una legge e che l’accuratezza di una legge non si persegue e non si misura in termini di velocità di emanazione, è evidente – e forse banale a dirsi – che è la volontà legislativa a regolare la velocità di un iter legislativo, imprimendo accelerazioni o rallentandone i tempi e che non serve quindi una riforma di questo.

Peraltro, il calcolo dei giorni è effettuato tenendo conto della data di presentazione dell’iniziativa e della data della sua approvazione finale: sono considerati, quindi, anche i periodi di dormienza dei progetti di legge, cioè i periodi in cui a fronte di un mutamento dell’agenda politica, si determina l’abbandono di alcuni progetti di legge che eventualmente vengono successivamente rispolverati, con conseguente innalzamento dei tempi figurativi di approvazione ai quali corrispondono, ovviamente, tempi effettivi più ridotti per la discussione e la reale “lavorazione” della legge.

La riscrittura dell’iter legislativo prevede la possibilità per il governo di attivare una corsia preferenziale per i suoi disegni di legge. Eppure, stando alle statistiche di Open Polis, il Consiglio dei ministri gode di ottima salute, se paragonato allo stato di salute del Parlamento, che in linea di principio è il titolare della funzione legislativa e il cui ruolo è evidentemente offuscato da un governo sempre più legislatore.

Cambiamo, quindi, il modo di leggere la riforma: non i temi della democrazia, del presidenzialismo e della sovranità popolare cui questo referendum è stato legato. Una domanda ancora più semplice e meno ideologica.

Stando ai dati per cui l’80% delle leggi approvate proviene da un disegno di legge di governo, 80% di cui il 34% viene sottoposto a questione di fiducia, esiste davvero la necessità di rafforzare l’iniziativa governativa attribuendo corsie preferenziali considerando che l’attuale sistema, certamente rivedibile in diversi punti, già permette ad una legge proposta del governo di essere approvata in meno della metà del tempo di una iniziativa parlamentare?