Uno dei Tour più monotoni degli ultimi anni, che si chiude oggi a Parigi, ci consegna il terzo successo di Chris Froome che entra adesso nel gruppetto dei corridori che hanno fatto il tris alla Grand Boucle: Philippe Thys, Louison Bobet e Greg Lemond. Gli dei “in giallo” distano due lunghezze e data l’età del britannico del Team Sky, arrivare a cinque successi non è impresa impossibile. A 31 anni Froome ha dunque tre Tour de France in bacheca e, se ripenso ai due che nelle ultime 5 edizioni gli sono sfuggiti, mi convinco che sarebbero potuti essere suoi. Nel 2012 arrivò secondo da gregario del vincitore Wiggins, nel 2014 cadde, si ritirò e spianò la strada a Nibali. Insomma, se fosse stato più “fortunato” sarebbe già nell’Olimpo.

La monotonia del Tour di quest’anno è figlia della programmazione Sky: una squadra fortissima, composta da corridori che sono tutti, potenzialmente da podio (Henao anche da maglia gialla) unita all’affidabilità di Froome. Nessuno si è permesso di “evadere” dal treno Sky così che Froome non è mai stato attaccato veramente, anzi, tutti erano “attaccati”. A cosa, fate un po’ voi!  La classifica parla chiaro, c’è un solco di quattro minuti tra il re e i due scudieri che lo affiancano sul podio. Bardet e Quintana possono essere contenti del risultato, sono entrambi del 1990 e le opportunità non gli mancheranno in futuro. Un piccolo appunto lo farei al colombiano che, anche intelligentemente, ha scelto di non sprecare energie. Ha capito che la sua corsa doveva essere quella, mai un attacco e piantato dietro il treno Sky. Senza mai farsi vedere è arrivato terzo ma il Quintana che scattava in salita e faceva male è un ricordo sbiadito. Bardet aveva in corpo il fuoco del dover essere il miglior francese: ce l’ha fatta, bravo. Adam Yates, la vera sorpresa, era da podio, ma le irrequietezze giovanili l’hanno portato ha sprecare forze e secondi. Quel podio rimasto a 21” gli peserà per un po’, poi, guardando la carta d’identità tirerà un sospiro di sollievo (classe ’92). Stesso discorso per Meintjes, che ha chiuso ottavo mentre il resto della truppa che compone la top ten è fatto di gente navigata se non alla soglia del ritiro (Ciao Purito).

Tornando a Froome, che quando si presentò al grande pubblico era anche simpatico, col suo incedere sgangherato, col soprannome, “il keniano bianco” che rivelava il paese di nascita e anche quel suo sforzo nel pronunciare qualche frase in italiano (gli è scappata anche una bestemmia). La trasformazione che l’ha reso vincente (e dunque antipatico) è frutto di una volontà incrollabile, fateci caso. Nel 2014 il pavè lo taglio fuori, l’anno dopo era al pari di Nibali sulle pietre, in discesa non era mai stato un drago, quest’anno ha sferrato il primo attacco, quello con cui ha messo le cose in chiaro, proprio in discesa (posizione e pedalata stranissima). Insomma Froome è forte ma si applica, fa il suo mestiere di ciclista, forse questo lo rende noioso se non proprio antipatico. Non ha l’ardore di Contador, l’istintività di Nibali, la classe di Valverde e le doti dei campioni del passato ma vince, chiuso discorso.

Quanto durerà? Non saprei ma spero non troppo, perché i suoi Tour mi annoiano, quello di quest’anno credo sia stato il simbolo di un ciclismo programmato a tavolino. Cavendish per le volate, Froome per la maglia gialla, Sagan maglia verde (ma a Peter dico grazie di esistere, fa sempre spettacolo). Mi resta un’immagine di un ciclista-impiegato, un Froome che va in ufficio, timbra il cartellino e sulla sua scrivania, a capo chino (così come pedala) porta avanti le 8 ore di lavoro che a fine mese gli valgono lo stipendio. Ce ne fossero dediti e scrupolosi come lui direte voi! Certo, buon per lui e per la Sky che è il datore di lavoro ma il ciclismo così ne perde in spettacolarità. Se vi confesso che per la prima volta in vita mia non ho visto tutte le tappe in tv, capirete cosa ho provato.