Lo ha raccontato bene il disegnatore Giannelli in una delle sue vignette: un avvoltoio che si lamenta del troppo lavoro, diventato ormai quotidiano. Perché il problema sta proprio qui: nella frequenza, ormai spaventosa, con la quale gli attacchi terroristici, pur diversi l’uno dall’altro, si ripetono. Quando ci fu la strage di Utoya rimanemmo senza parole, ma poi la vita continuò a scorrere. Quando il pilota della GermanWings si schiantò sulle montagne con duecento persone a bordo rimanemmo sconvolti, ma poi tutto riprese come al solito. Ma questo tempo cuscinetto tra un episodio e l’altro, che ci consentiva di continuare a impegnarci nelle nostre attività senza grandi sconvolgimenti, oggi è saltato. Gli attentati si susseguono l’uno dietro l’altro, andando a colpire tutti i luoghi simbolo del nostro tempo libero, cioè della nostra libertà: centri commerciali, bar, lungomare affollati, treni, ristoranti, spiagge.

Improvvisamente non possiamo fare più a meno di leggere le notizie per poi tornare ai nostri impegni quotidiani. Una morsa di angoscia ci stringe, non siamo più capaci di ridere o di distrarci, abbiamo paura nello spostarci e nell’attraversare luoghi affollati, perché sappiamo che qualunque posto potrebbe essere potenzialmente luogo di esplosioni o di sparatorie. Voi direte che in verità tanti continuano tranquillamente a fare la propria vita, andando in vacanza come se nulla fosse e lasciando scorrere ciò che sta accadendo come un film che non li riguarda: sbagliano, perché oggi basta avere occhi attenti, e un po’ di sensibilità storica, per leggere in ciò che sta accadendo un’escalation che nessuno ancora sa come fermare, e che coinvolgerà tutti, nessuno escluso. In questo senso non si tratta dell’“estate degli attentati”, come ha scritto un noto quotidiano, ma dell'”età degli attentati”, qualcosa di ben più angoscioso, perché implica un cambio di pagina radicale che nessuno di noi vorrebbe ma che purtroppo è già accaduto.

Motivi di inquietudine però sono anche altrove, e si intrecciano e si sommano con i devastanti attentati sui nostri territori. Proprio nel momento in cui l’Europa dovrebbe restare unita, ecco che ci troviamo di fronte a un continente lacerato che ha appena perso – per miopia e stupidità dei suoi elettori e di chi li governa, ma anche per colpa di un’Europa governata da chi non ha capito che stringere i cordoni verso paesi in grave crisi economica porta rabbia e xenofobia – un paese chiave come la Gran Bretagna. Proprio quando ci sarebbe bisogno di restare uniti, l’Europa si sbrindella, a scapito della ricerca di una strategia comune contro un nemico che sarà sempre più diffuso.

E poi ci sono le elezioni americane: rischiamo, in questo quadro già destabilizzato, di ritrovarci un presidente del tutto incapace rispetto al compito al quale potrebbe disgraziatamente essere chiamato, rozzamente populista, nazionalista, che ha annunciato una politica estera folle e indifferente verso il sostegno ai diritti umani. Ultima nota tragica di uno scenario mondiale che in pochi mesi si è fatto cupo sono le ondate migratorie, che continuano nonostante tutto, e la nostra incapacità di proteggere vite umane spezzate ogni giorno nel modo più atroce, calpestate nelle stive, ustionate, annegate.

Ho due figli, di cui uno di sei anni che comincia a guardare giornali e web e chiedere cosa stia accadendo. Ed è sempre più difficile evitare di incappare nell’escalation di violenza o, peggio, provare a spiegarla. Lui gioca alla guerra ed è sereno, non penserebbe mai che una pistola possa realmente colpirlo, ma il mondo che si sta delineando intorno a lui, intorno a noi è forse il più duro degli ultimi sessant’anni. Sarebbe bene prenderne rapidamente coscienza.