Il 10 luglio si è concluso un divertente Campionato europeo di calcio, con tanto di Brexit, questa sì immediata, degli inglesi battuti dai vichinghi (un destino, del resto, pensando a Guglielmo il Conquistatore). Nel mondo dell’auditel gli spalti erano ovviamente al completo, con share superiori al 40%, ma, come sempre per lo sport, a seguito dell’accorrere degli uomini (un milione in più rispetto ai maschi che l’anno scorso negli stessi giorni se ne stavano davanti a una tv orbata del pallone) pur rassegnati, essendo l’Italia fuori dalle finali, di essere voyeur di passioni altrui. Più ritrose le donne (appena duecentomila in più rispetto alle cifre dell’anno passato), quasi tutte dai 35 ai 44 anni, un periodo della vita biologica in cui, a quanto sembra, ancora si impegnano a sperimentare o simulare la condivisione di forti emozioni con amici e fidanzati.

Fin qui nulla di sorprendente. Sorprende invece che, passati i campionati, il pubblico anziché dileguarsi sia aumentato rispetto al 2015, tanto i maschi quanto le femmine. Vero che proprio mentre ce lo stavamo annotando è sopraggiunta la notizia Istat che a maggio nell’economia qualcosa ha preso ad andare storto. E inevitabilmente abbiamo fatto 2+2 associando il maggior grado di incertezza economica col fatto che così tanta gente (1,2 milioni) in più rispetto a luglio 2015 si sia rassegnata a starsene a casa anziché mettersi in giro fra bar, cinema e pizzerie o andare a fare una settimana di villeggiatura fuori dalla residenza abituale. Dove magari quelli del campione auditel la tv la vedrebbero ugualmente, ma senza essere rilevati perché la macchinetta segna-presenze che gli hanno piazzato nella residenza abituale non li segue nei loro spostamenti. Insomma, sarà colpa economica delle tasche vuote o frutto emozionale del mal francese (derivante dagli attentati), gli indizi di una fase di malumore ci sono tutti. E vedremo a settembre se si tratta di temporali o di uragani.

Nel frattempo sciò business si mette in ferie. Salvo rifare capolino se si verificherà l’unico vero atto che potrà dirsi di riforma nella situazione della Rai. In quel caso, non ci sono ferie che tengano, sarebbe d’obbligo celebrare –come meriterà – l’attesissima svolta verso un diverso futuro, non solo per la Rai, ma anche – essendo mille le correlazioni – per tutto il sistema della tv e dell’industria creativa. Che cosa sarebbe tanto epocale da richiamarci dalle ferie? Ovviamente la riorganizzazione del pulviscolo di testate ed edizioni nella Rai che da 40 anni inchioda le risorse dell’azienda e soffoca lo sviluppo della intera industria dell’informazione e della narrazione. Quella mossa senza la quale hai voglia a fare programmi più belli di prima, nessun gruppo dirigente potrà dire di avere per davvero diretto la Rai, ma ne sarà stato, al massimo, il conduttore, come quello del tram, condannato a stare nei binari.