C’è la rassegnazione. C’è la paura del futuro. C’è l’angoscia di dover vivere in un Paese che ha dichiarato loro guerra, in uno stillicidio di arresti, di rimozioni e sospensioni dagli incarichi. Ma anche dell’ordine perentorio di tornare in patria per quelli di loro che fino a questo momento hanno lavorato all’estero. I docenti universitari non sanno cosa sarà di loro e hanno paura, in questa Turchia in cui il governo reagisce al golpe fallito liberandosi dei presunti nemici a furia di epurazioni: decine di migliaia di dipendenti statali spazzati via in poche ore dai loro posti di lavoro con l’accusa di essere “vicini” alla rete dell’arcinemico dello Stato, Fetullah Gulen. E’ la paura il minimo comun denominatore della vita dei professori turchi, sia in patria che all’estero.

“Non ero ad Ankara durante il putsch – scrive nelle ore in cui la tempesta delle epurazioni imperversa sugli atenei turchi un docente che lavora nella capitale a Piero Graglia, docente di Storia delle Relazioni Internazionali all’università degli studi di Milano e componente della Rete 29 aprile – ma gli effetti del post-golpe influenzano in maniera negativa la vita di molte persone, incluso il sottoscritto (…) I nostri studenti potrebbero essere trasferiti in un’altra università molto presto, il prossimo anno non mandate i vostri studenti in Erasmus in Turchia”. Quindi l’appello: “Per favore, fammi sapere se esiste la possibilità di venire a lavorare nella tua facoltà (anche come ricercatore non stipendiato o visiting professor in modo da trovare intanto un altro lavoro), perché verrò licenziato molto presto, come la maggior parte dei miei colleghi”.

E’ la stessa paura che provano i professori che insegnano all’estero. “Il governo ha richiamato tutti i docenti universitari in Turchia – scrive una ricercatrice a Serge Noiret, docente all’European University Institute – ho ricevuto l’ordine di rientrare anche io immediatamente senza sapere esattamente quali conseguenze seguiranno. (…) Farei qualsiasi cosa per non dover rientrare, ma non ho trovato altra soluzione. (…) Nonostante questo, coltivo la speranza di costruirmi un futuro in Italia e anche per questo chiedo il sostegno di tutti Voi: qualsiasi possibilità di lavoro, una segnalazione per un concorso o un bando a cui posso partecipare, un impiego da assistente, un collega […] che cerca personale con le mie qualifiche. Sono disposta a studiare e aggiornarmi ulteriormente senza pretendere una retribuzione: la mia priorità è tornare il prima possibile e crearmi una vita in Italia”.

Ecco i testi delle due lettere

Dear xxx,

I am using my private e-mail to answer your message. First of all, thank you for your e-mail. I am very pleased to have your supporting message…
In truth, the things do not go well… I was not in Ankara during the putsch, but the post-coup effects influence in a very bad way a lot of people including me…

Concerning the cooperation between the universities I have to inform you the followings:
–   Our university (mainly students) may be transferred to another university very soon i.e, do not send your students for the next year under Erasmus.
–  Can you please send the Transcript of our students asap? We have to recognize their studies as quick as possible. Otherwise, I am afraid they will spend more time at another (new) university without the recognition of the courses taken at your university…

Besides that, please, let me know if I can join your department (even unpaid as a researcher or visiting professor to find another job in the meantime) because I will be fired very soon as the majority of the staff :((

a big hug, and take care

 

“Gentili professori,
sono …, ricercatrice dell’Università di …. [in Turchia]
Sono una (ormai ex) borsista del Ministero degli Affari Esteri presso l’Università di …: alcuni di voi già hanno avuto modo di conoscermi in questi mesi di permanenza ….
Sono arrivata a Gennaio [in Italia] per rimanere fino ad Ottobre al fine di svolgere un periodo di ricerca collegato alla mia tesi di dottorato ….
Come sicuramente avrete sentito, il mio paese in questo momento sta vivendo una crisi interna, il governo ha richiamato tutti i docenti universitari per farli rientrare in Turchia. In seguito, all’adozione delle misure repressive adottate dal governo successivamente al tentativo di colpo di Stato ho ricevuto l’ordine di rientrare anche io immediatamente in Turchia senza sapere esattamente quali conseguenze seguiranno. Una volta che sarò là, mi sarà vietato espatriare fino a secondo ordine. Per tali ragioni domenica rientrerò ….
Farei qualsiasi cosa per non dover rientrare, ma non ho trovato altra soluzione: la dichiarazione dello stato di emergenza ha fatto svanire ogni possibilità concreta di ritorno in Italia entro la scadenza della mia borsa.
Nonostante questo, coltivo la speranza di costruirmi un futuro in Italia e anche per questo chiedo il sostegno di tutti Voi: qualsiasi possibilità di lavoro, una segnalazione per un concorso o un bando a cui posso partecipare, un impiego da assistente, un collega […] che cerca personale con le mie qualifiche. Sono disposta a studiare e aggiornarmi ulteriormente senza pretendere una retribuzione: la mia priorità è tornare il prima possibile e crearmi una vita in Italia.

RingraziandoVi per l’attenzione, invio i miei più cordiali saluti”