di Federica Pistono, traduttrice di romanzi di letteratura araba

Ahlam Mostaghanemi nasce nel 1953 da famiglia algerina in Tunisia. Tornata in Algeria dopo l’indipendenza nazionale, studia in una scuola in cui l’insegnamento è impartito in lingua araba. Per questo motivo è fra i pochissimi autori algerini a scrivere in lingua araba. Esordisce con una raccolta di poesie, scegliendo di riappropriarsi dell’arabo, allora quasi interamente soppiantato dal francese, per trattare le tematiche dell’amore e della condizione femminile. La ricostruzione dell’identità algerina parte infatti dall’identità linguistica. Simbolo della rinascita algerina, oltre a proporre una narrativa in lingua araba, si esprime a favore di un nuovo ruolo della donna nel mondo musulmano, sottolineando come non solo gli uomini, ma anche le donne, abbiano rischiato la vita nella lotta per l’indipendenza, anche se la società tende a esaltare i primi, dimenticando le seconde.

L’autrice affronta la questione femminile rivendicando i diritti della donne, parlando d’amore ma anche di problematiche inerenti alle libertà ancora negate alla componente femminile della società. Considerata troppo anticonformista, è espulsa dall’Unione degli scrittori algerini. Trasferitasi prima in Francia, dove consegue un dottorato di ricerca, poi in Libano, si dedica all’attività letteraria, divenendo, secondo Forbes, la scrittrice araba più famosa al mondo. Le sue storie si caratterizzano sempre per il contesto storico-sociale contemporaneo, accuratamente ricostruito. In italiano sono stati tradotti due suoi romanzi, La memoria del corpo e L’arte di dimenticare. Amalo come sai fare tu, dimenticalo come farebbe lui.

Il primo è un’opera di notevole valore stilistico, la cui vera protagonista è l’Algeria libera: la nazione cerca di risollevarsi, ma la corruzione e la speculazione rischiano di soffocarla. Si tratta del primo romanzo, scritto in arabo da una donna algerina, a diventare un bestseller internazionale, insignito del Naguib Mahfouz Prize nel 1998. L’Arte di dimenticare, invece, è una sorta di manuale di sopravvivenza per i cuori in ambasce delle tantissime donne arabe che negli anni si sono rivolte all’autrice, in cerca di consigli e suggerimenti.

Il suo ultimo romanzo, Al-aswad yaliqu biki (Il nero ti dona) – ancora non tradotto in italiano – racconta, sullo sfondo delle vicende storiche che hanno sconvolto il mondo arabo nell’ultimo trentennio, la tormentata storia d’amore tra Talàl, facoltoso uomo d’affari libanese, e Hala, giovane cantante algerina. Grazie al proprio denaro, Talàl corteggia Hala cercando di domarne l’atteggiamento orgoglioso, conseguenza delle dolorose vicende che hanno colpito la sua famiglia: l’assassinio del padre e del fratello da parte dei terroristi algerini, durante il decennio di sangue, l’hanno costretta a rifugiarsi in Siria. Hala è affascinata da Talàl, tuttavia la fierezza del suo carattere e il desiderio di libertà la portano a difendere la propria indipendenza. Quando, infatti, l’uomo le offre del denaro, Hala, ferita dal gesto sprezzante, decide di troncare la relazione per dedicarsi alla carriera, che Talàl, geloso, ha sempre ostacolato.

Nonostante il dolore, da quel momento Hala raggiunge il successo, abbandonando il nero luttuoso, ormai pronta per il blu zaffiro, il colore della fortuna. La scrittrice non si limita a raccontare una bella e tragica storia d’amore, dove i sentimenti di dignità e indipendenza femminile si contrappongono alla brutalità del dio denaro e all’arroganza del potere, ma, attraverso i ricordi dei personaggi, ci presenta l’Algeria del “decennio di sangue”: la condizione degli artisti che non potevano esibirsi in pubblico senza rischiare di essere assassinati, dei medici rapiti dai fondamentalisti del Fis (Fronte islamico di salvezza) per essere rinchiusi nei villaggi di montagna, a curare “i fratelli feriti” dai “miscredenti”.

L’autrice descrive anche il periodo successivo, gli anni della riconciliazione nazionale, durante la quale “gli sceicchi delle montagne” con le loro “mani ancora sporche di sangue” sono discesi dai loro rifugi per prendere parte alla vita economica del paese, influenzando a tal punto la politica governativa nei confronti dello status personale degli algerini, da impedire ai giovani di passeggiare mano nella mano, pena l’arresto. La Mosteghanemi non dimentica le tragedie degli altri Paesi Arabi: nei ricordi dei personaggi, troviamo infatti anche il Libano della guerra civile, l’Iraq dell’occupazione americana e la Siria di Hafiz al-Asad. Secondo l’autrice, infatti: “La storia dell’Algeria si identifica con quella dei drammi del mondo arabo”.