Tra sonno, naufragio e sogno esiste forse una qualche correlazione? E qual è la porzione di futuro che ci è rimasta nel sonno infinito che ci salva dal prendere coscienza del nostro naufragio?

sonnologieLe Sonnologie di Lidia Riviello (Zona ed.) sono una singolare e pregevole raccolta dedicata, per così dire, alle tecniche d’induzione, mantenimento e cronicizzazione del sonno: personale e sociale. La poesia di Riviello costruisce un’allucinata allegoria del presente, fredda e spietata tanto quanto coinvolta, in cui a me pare evidente l’insegnamento del primo Balestrini e dell’Ottonieri più “politico”, ma fatti propri con estrema perizia nella descrizione di un reale ormai fuori controllo, sia estetico, che etico-politico:

“La performance divora l’azione politica / fuori dal mercato avremmo un altro aspetto, / ma la minoranza di cose sagge e meravigliose / ne conosce talmente che l’indotto, il marchio, il riciclo fioriscono indisturbati / nel tribal // Andrea Mantegna non viene esposto / per un equivoco fra prospettiva e / orizzonte di attesa.”

Ma nell’epoca del surrealismo (e dell’iper-realismo) di massa a dirigere le danze è il concreto fantasma del profitto, che esclude e include secondo le sue logiche:

“Una volta si sognava senza produrre / l’istituto chiede di amministrare mitologie utili per questo sistema.”

Di questo stato delle cose (e di questo stato plurale e inafferrabile della percezione e dell’esperienza) è allegoria Thrun e la sua Google-Car, l’autovettura senza conducente che ci condurrà, l’autovettura che non possiederemo, ma che ci possiederà, cullandoci sino al sonno senza sogni che ci trasformerà nell’accidentalità di una merce:

“Da un’ora non si hanno notizie di nessun mondo./ deposta la gola del ragno nell’intimità del tunnel / si organizza un’ultima hola / i clienti non fanno gli orli sul nero, adorano riflettersi sul quadro / elettrico nelle punte di giallo sul finire.”

Le Sonnologie sono l’epica fredda, dormiente, ma ancora non del tutto arresa (“La rapina in banca è / la scena intatta, quella che dovremmo saper fare a memoria / mentre non la ricordiamo mai”), di un popolo di sonnambuli che ha ormai smarrito il suo sogno, disperso tra un’innumere “mercanzia onirica”, che vaga senza più radici, né meta.

VentroniLa sommersione (Aragno ed.) con cui ritorna dopo qualche anno di silenzio Sara Ventroni, autrice di un memorabile Gasometro certo tra i libri più belli dei cosiddetti “anni zero”, è una raccolta formalmente e stilisticamente molto diversa, ma altrettanto efficace e convincente. Basata su un ribaltamento totale della focalizzazione con cui si guarda al reale (e al linguaggio), essa si anima di voci subacquee, capaci di guardare al presente dalla distanza immensa, profonda, della loro sconfitta, del loro annegamento: “E’ tutto scritto dal punto di vista del fondale”. Un annegamento non solo nell’acqua, ma nel linguaggio che popola le voci di una serie di timbri diversi, di forme a volte dissonanti poiché, come recita un passaggio della seconda sezione del poemetto Immagina un naufragio, a mio parere vera e propria dichiarazione d’intenti e di poetica, occorre: “Tenere ferme le forme / davanti alle scelte”.

Così le singole sezioni che compongono La sommersione si tengono unite come boe che aggallino dopo lo sprofondare, vicine, ma libere nel loro ondeggiare: dalla sprezzatura che echeggia il Pagliarani epigrammatico – maestro evidente e presentissimo – (“Siete stati in Antartide / a studiare il passato / dentro un ghiacciolo vecchio / milioni di anni. // Avete scoperto niente di niente. / Non sapete nemmeno / accendere un fuoco”) all’immancabile Eliot, o al gusto dello scavo nel quotidiano (“Compilare con cura il catalogo del vivente / per salvare l’esistenza dalla dispersione”), fino a inglobare un frammento di prosa sotto forma di racconto e una serie di immagini in bianco e nero, che dividono e a volte si infiltrano nei testi stessi.

E se i due topoi evidentemente prevalenti sono quelli del fiume che accoglie il suicida (penso qui a Celan o a Berryman) e del naufragio (fino a quelli funesti, migranti e quotidiani del nostro Mediterraneo) essi sono lì soprattutto come moltiplicatori di senso, come specchi capaci di proiettare lampi di luce sulla terraferma e sulle sue vicende.

Non a caso è su una “figura di mezzo”, demiurgica, che pone l’accento il penultimo testo della raccolta:

“Abbiamo due parti da assegnare: / il morto per acqua e il sommozzatore. /Tu dici: io voglio camminare. / Pesare ogni passo sul fondo / come un palombaro”.

La sommersione è, però, anche il referto (paradossalmente tanto politico quanto personale) di un fitto, costante, inintermesso interrogarsi su ciò che verrà, sul futuro che scocca proprio a partire da una fine:

“Ciò che non ha mai avuto inizio è per noi / ciò che potrebbe iniziare. / Il futuro immaginato come un / non essere ancora venuti al mondo”.

Perciò prova a fare i conti con il passato, con le sue sconfitte, con le residue capacità di non arrendersi, in versi a volte memorabili: “Oppure cancellare tracce, disfare maglioni / dimenticare nomi, non tornare ai luoghi. / Smentire di esserci conosciuti. / Rinnegare la compassione, la differenza, la rivoluzione”.

Ma se il sonno in Riviello maschera la nostra percezione del reale, ci risparmia la “cognizione del dolore“, e l’acqua di Ventroni cela (almeno apparentemente) i corpi del reato, del nostro reato, sommerge le vittime e lava i carnefici, la poesia sta là apposta per dare segni e segnali, con la distanza che si conviene, perché ci sia risveglio, perché riaggalli un orizzonte proprio ora che il suo sogno sembra tramutarsi in una tautologia vuota:

“Qualcuno dorme / sotto qualcuno che muore. / Nessuno sogna niente. / Di notte l’orizzonte / sogna l’orizzonte”.

Il popolo di sonnambuli di Riviello e quello di annegati di Ventroni, insomma, sono in realtà il medesimo, rappresentato nel momento della sua ultima occasione, quella posta giusto al ciglio del baratro, ma che, se sarà colta, ne farà quel popolo che ancora non c’è e per il quale da sempre ogni poesia viene composta. Insomma siamo noi: qui e oggi.