Il 14 luglio 2016, la A2a, società gestore del maxi inceneritore di Acerra ha presentato uno studio, sponsorizzato dalla medesima società, sull’impatto ambientale di tale impianto, classificato “impianto insalubre di classe I”, cioè il più inquinante per un impianto industriale, inserendolo nel contesto della grave situazione di inquinamento dell’aria che caratterizza la Provincia di Napoli.

A Napoli da secoli si dice “acquaiolo, comm’è l’acqua? Fresca, cchiù fresca da neve”. Nel terzo millennio, grazie alla A2a, il proverbio napoletano sembra cambiare in “A2a, comm’è l’inceneritore? Salubre e sicuro, l’aria la pulisce e non l’inquina”.

Abbiamo dovuto prendere atto, con disappunto, che per valutare l’impatto ambientale di un impianto insalubre di prima classe oggi tra i più grandi di Italia (pari a circa 7.5 inceneritori italiani) sono stati considerati solo alcuni parametri come i pm 10 senza valutare la porzione di polveri sottili e particolato che la comunità scientifica internazionale e lo Iarc di Lione (l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) hanno classificato cancerogeni nel 2013, cioè le polveri sottili pm 2.5 e quelle ultrasottili definite nano particelle.

Dichiarare che un maxi inceneritore come quello di Acerra non sia impattante sulla base di uno studio privo di analisi su pm 2.5 e nano particelle, alla luce della letteratura scientifica internazionale odierna e in un territorio martirizzato come quello campano, non solo non risponde ad alcun principio scientifico che possa avere una qualche rilevanza tossicologica ma è (volutamente?) fuorviante per i giudizi pendenti in sede legale sulle autorizzazioni Viias (Valutazione integrata impatto ambientale e sanitario).

Da tempo il progetto internazionale Viias, che non ha visto impegnati ricercatori dell’Accademia Campana e che non è stato minimamente neanche menzionato, ha fornito una stima del numero di decessi attribuibili all’inquinamento atmosferico in Italia e, per il pm 2.5, ha quantificato i mesi di vita persi nell’anno di riferimento 2005 e quelli guadagnati nei diversi scenari futuri.

Gli inquinanti oggetto di studio – il particolato atmosferico, soprattutto la sua frazione fine, il pm 2.5, il biossido di azoto (NO2) e l’ozono (O3) – sono associati a effetti quali l’aumento di malattie respiratorie, l’aggravamento di patologie croniche cardiorespiratorie, il tumore polmonare, l’aumento della mortalità e la riduzione della speranza di vita.

Napoli, con la cosiddetta “Terra dei fuochi” risulta essere la seconda Provincia d’Italia a maggiore concentrazione di morti evitabili per mancato controllo dell’inquinamento dell’aria, seconda solo a Milano. Tale gravissimo quanto incredibile risultato resta come previsione epidemiologica sino e oltre l’anno 2020.

Il tumore del polmone colpisce ogni anno circa 3.820 persone in Campania e 40.000 in tutta Italia. L’analisi integrata dei dati sanitari con i dati ambientali del progetto Viias ben illustra l’importante contributo patogenetico dell’ambiente a tale eccezionale danno alla salute pubblica. Nello studio sponsorizzato dalla A2a si fa riferimento a generica “immondizia” o addirittura alla combustione di legna e riscaldamenti.

Da anni la sezione napoletana di Isde (Associazione italiana medici per l’ambiente) ha dimostrato, sulla base dei dati ufficiali raccolti da Arpac (Agenzia regionale per la protezione ambientale in Campania), che il picco delle polveri sottili pm 10 si registra da oltre dieci anni a Napoli nel mese di agosto (soprattutto intorno a Ferragosto) dove palesemente il traffico veicolare urbano e tantomeno i riscaldamenti, più o meno a legna, non hanno alcuna rilevanza.

Da tempo è stato dimostrato, da più studi, il grande peso delle polveri sottili (pm 10 e ossidi di azoto) non solo del porto di Napoli con i suoi oltre 1.2 milioni di crocieristi l’anno, ma anche dell’aeroporto di Capodichino che ha raggiunto e superato i 6 milioni di passeggeri l’anno con un atterraggio o decollo ogni tre minuti.

Lo studio presentato dalla A2a non aggiunge nulla di nuovo a quanto già noto e denunciato da tempo sia dalla comunità scientifica internazionale che dai medici dell’ambiente della sezione di Napoli, ma, purtroppo, non può essere considerato scientificamente rilevante per la valutazione scorretta dell’impatto ambientale di tale maxi impianto dal momento che non ha minimamente considerato i parametri oggi riconosciuti scientificamente rilevanti.

La regione Campania ha già dichiarato un eccesso di incenerimento dei propri rifiuti urbani, pari al 26% del rifiuto secco prodotto rispetto alla media del 23% europea e del 18% italiana, e che invece gli impianti che mancano sostanzialmente sono gli impianti di compostaggio del rifiuto umido (non andiamo oltre il 3% del rifiuti solidi urbani totale rispetto alla media nazionale del 15%).

Ancora, il problema dei roghi in Campania non è determinato né da generica immondizia né da legna ma da una precisa categoria di rifiuti: i rifiuti speciali assimilabili a quelli urbani prodotti in regime di evasione fiscale.

Ad Acerra, come nel resto della provincia di Napoli e nella Terra dei fuochi sappiamo bene che il gravissimo inquinamento dell’aria non è dovuto in maniera preponderante al solo maxi impianto di incenerimento di Acerra, ma da più fonti fuori controllo (roghi da rifiuti speciali, porto, aeroporto, traffico, cementifici e maxi inceneritore) con gravissimo danno complessivo sulla salute pubblica campana per il quale non viene riconosciuto né giusta compensazione ambientale per il maxi impianto inquinante (Acerra riceve solo 5 euro/tonn rispetto ai 10 euro/tonn di tutti gli altri inceneritori di Italia) né l’adeguamento dei fondi del Sistema sanitario nazionale per poterci curare.