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© Don McCullinn, un uomo cammina nell’East End, Londra 1973

No, non sono qui per la Brexit. Ho studiato Relazioni Internazionali, e come migliaia di altri studenti, mi sono laureata con una tesi sulla democrazia nell’Unione Europea. Organizzeranno un altro referendum, adesso, al solito. Altri due, altri tre, altri quattro, fino a quando gli inglesi non risponderanno giusto, o magari a Bruxelles si inventeranno una di quelle formule astruse in cui sono esperti, tipo l’inclusione esterna, l’appartenenza a più velocità, l’uscita a retromarcia – e comunque non è detto che sia un disastro. L’Unione Europea è una cosa strana. Ai tempi dell’allargamento a est, gli europeisti, a rigore, avrebbero dovuto essere contrari, perché le istituzioni non erano pronte, i meccanismi decisionali erano troppo complessi per funzionare con dieci paesi in più, e quindi allargare, molto probabilmente, significava diluire. Indebolire. E infatti erano tutti perplessi, tranne gli inglesi. L’Unione Europea ha dinamiche tutte sue. Anche con la Brexit: è ancora tutto aperto. E fino a quando si discute, in fondo, fino a quando ci si interroga, ci si insulta, ci si azzuffa, magari si sbaglia: ma di fatto si sta insieme. Ci si riconosce come interdipendenti.

La vera crisi dell’Unione Europea, per me, è in Grecia.
Perché non è solo una crisi politica, la Grecia è molto di più, la Grecia è alla fame. La Grecia è una crisi morale.

Comunque no, non sono qui per questo. Sono qui per un’amica. O forse un amico, non voglio sia riconoscibile. Ha una laurea, ha un master, anzi due, parla perfettamente inglese e francese, e un po’ il tedesco. E però è qui a Londra con l’ennesimo contratto da due, tre, sei mesi, una settimana, la durata di un progetto o di una sera, oggi Londra, ieri Madrid, domani Timbuctu: e io sono qui perché è un po’ di mesi che non sta bene, e analisi dopo analisi, non è chiaro, però sembra sia una di quelle cose da cui a volte non si guarisce. Una di quelle cose che devi stare fermo, fermo anche per un anno, fermo fino a quando è necessario, e pensare solo a trovarti i medici migliori. E l’altro giorno, al telefono, quando me l’ha detto, per un minuto non mi ha detto più niente. Poi invece di dirmi: come si fa a morire a trent’anni?, mi ha detto: E adesso? Come mi pago le cure?

Perché fino a quando fai l’eterno adolescente, o poco più, funziona tutto. Con i genitori pronti ad aiutarti, e non importa che non puoi permetterti un’auto, o una casa vera, una casa da solo, hai trent’anni, no?, sei giovane, è normale così. Vai in motorino. Ma poi arriva il giorno che non devi comprarti l’auto. Il giorno che ti ammali e devi pagarti le cure.

Londra è l’ottava città italiana. Anche io ho vissuto qui, per un po’. Era il 2001, lavoravo come barista al vecchio Starbucks di Leicester Square. Eravamo tanti già allora: ma adesso siamo ovunque. E fa un effetto strano, oggi che abbiamo i profughi alle porte, e tutti ci ricordano quando erano i nostri nonni a cercare fortuna in Germania: perché l’Italia è ancora un paese di migranti. E come l’Italia la Spagna, la Grecia. Tutta l’Europa del sud. Non è la fuga dei cervelli: è una fuga e basta. Esattamente come i migranti africani, molti raccontano una vita più facile di quella reale: per un italiano che sta nella City, altri dieci infornano pizze per uno stipendio con cui il lusso non è un Rolex, ma il dentista. I giornalisti amano molto queste storie di chi si è reinventato una vita in tempo di crisi, e ora, archiviato il dottorato in astrofisica, vende miele di api albine, cappelli di erba pressata, biciclette assemblate con le lampade dei ristoranti frequentati da Hemingway. Tutto molto bello e molto italiano, molto creativo: fino alla domanda: Ma ci campi? E la risposta, invariabilmente, è: per ora no.

Tutto molto bello: fino al giorno che ti ammali.

I sostenitori del Leave sono stati bersaglio di ogni insulto possibile. Retrogradi, razzisti, egoisti. Analfabeti. Poi è venuto fuori che in realtà, non sono che i più poveri: nelle municipalità a basso reddito, un reddito inferiore alle 23mila sterline l’anno, il 77 percento degli abitanti ha votato Leave, contro il 35 percento degli abitanti delle municipalità con un reddito più alto. Più che sull’Europa, è stato un voto sulle disuguaglianze. La rivolta dell’entroterra contro la città, si è detto allora, della provincia contro la capitale: la rivolta di chi è rimasto indietro perché non ha saputo afferrare la Storia. Non ha saputo stare al passo con il progresso, con il nostro tempo. Ma Londra non è molto diversa. Perché l’esclusione non è un residuo del passato: all’opposto, è il segno di questo tempo. Solo che viene accuratamente dissimulata, oggi che la regola è apparire vincenti, oggi che siamo tutti in vetrina su facebook: è quella che Vittorio Foa chiamava la colpevolizzazione dei perdenti. La sconfitta più definitiva: quando ti vergogni di te stesso. Quando non ti impegni per cambiare le cose, perché pensi che quello da cambiare, in realtà, sei tu.

Sessantadue miliardari oggi possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione del pianeta. Sarebbe rassicurante pensare che in fondo, è solo questione di evitare certi referendum. Di evitare che cittadini incompetenti si danneggino con scelte sbagliate. Ma l’altro tipico caso in cui si cerca di evitare il voto, in genere, è la decisione di andare in guerra: presa sempre di soppiatto dai governi perché è noto, la geopolitica è troppo complessa per stare a discuterne. Sarebbe rassicurante, sì, oggi che nell’Unione Europea un italiano su 13 vive in povertà assoluta, pensare che come con l’Iraq, è sufficiente affidarsi ai Bush che hanno studiato a Harvard.