Perpetrando gli attentati e le stragi nelle strade di Parigi, Tunisi, Beirut o anche l’attacco che la sera del 14 luglio 2016 è costato la vita a 84 persone a Nizza, i jihadisti vogliono seminare il terrore. Sperano così di distinguersi di fronte al mondo che li esecra, suscitando reazioni ispirate dalla paura. I massacri tendono, infatti, a favorire i due principali obiettivi dello Stato islamico, che puntualmente li ha rivendicati. Vale a dire: per un verso, la creazione di una coalizione di “apostati”, di “infedeli”, di “rinnegati sciiti” che vada, dapprima, a combattere in Iraq e Siria e, quindi, in Libano; per l’altro, indurre a credere che i loro compatrioti musulmani potrebbero costituire una “quinta colonna” in agguato nell’ombra, un “nemico interno” al servizio degli assassini.

La guerra e la paura, dunque. Un obiettivo apocalittico, che comporta però una qualche razionalità. I jihadisti, infatti, devono aver messo senz’altro in conto che i “crociati” e gli “idolatri”, pur potendo bombardare città siriane e suddividere a scacchiera, onde facilitarne il controllo, province irachene, non riusciranno mai a occupare durevolmente una terra araba. Lo Stato islamico, peraltro, s’aspetta che gli attentati europei esasperino la diffidenza nei confronti dei musulmani d’Occidente e generalizzino le misure di polizia contro di loro: questo decuplicherebbe il loro risentimento al punto di spingere qualcuno fra loro a congiungersi con i più alti ranghi del Califfato.

Estremamente minoritari, di sicuro i giannizzeri del jihadismo salafita non perseguono l’obiettivo di vincere elezioni, ma se un partito antimusulmano conseguisse un simile risultato, la realizzazione del loro progetto potrebbe avanzare assai più rapidamente. Non sembra che la Francia abbia deluso le aspettative dello Stato Islamico, cadendo piuttosto nella trappola della guerra asimmetrica. Fin dalle proteste del 2011, infatti, i presidenti francesi Sarkozy e Hollande adottarono la linea interventista sia in Nord Africa sia, pur se in misura minore, in Siria, rovesciando Gheddafi in Libia e finanziando gruppi ribelli anche pericolosi contro il regime di Damasco. All’indomani dei massacri parigini del 13 novembre 2015, il presidente François Hollande, il 16 novembre successivo, annunciò ai parlamentari riuniti in Congresso: “La France est en guerre”, per poi impegnarsi lungamente sul fronte siriano, ostinandosi a volervi trascinare innanzitutto gli Stati Uniti, che già due anni prima, con la medesima bellicosa caparbietà, aveva tentato di convincere a “punire” il regime di Bachar Al-Assad.

“Non sono contro tutte le guerre. Sono contro una guerra stupida, avventata, basata non sulla ragione, ma sulla rabbia”: così parlava, il 2 ottobre 2002, un membro del Senato dell’Illinois, Barack Obama. Temporibus illis, negli Stati Uniti, non era ancora decantata la “rabbia” seguita agli attentati dell’11 settembre 2001, e il presidente George W. Bush aveva scelto di indirizzarla non verso l’Arabia Saudita, da dove proveniva la maggior parte dei membri dei commandos di Al-Qaida, ma verso l’Iraq, che sarebbe stato attaccato sei mesi dopo: i media volevano la guerra, la maggior parte dei senatori democratici, fra cui Hillary Clinton, si allinearono e l’invasione dell’Iraq creò il caos che sarebbe servito da incubatrice allo Stato islamico.

Oggi non sembra, però, che Obama s’opponga alla “guerra stupida” reclamata dall’Eliseo. È chiaro che la pressione che Washington subisce sia particolarmente forte: lo Stato Islamico, come spiega Pierre-Jean Luizard (Le Piège Daech. L’Etat islamique ou le retour de l’Histoire, La Découverte, Paris, 2015) ha attuato tutto quanto “può disgustare le opinioni pubbliche occidentali: attentati ai diritti umani, ai diritti delle minoranze, ai diritti delle donne, con in particolare matrimoni forzati, esecuzioni di omosessuali, reintroduzione della schiavitù, per non parlare delle scene di decapitazioni ed esecuzioni di massa”.

Non sarà certo, però, l’intensificazione dei bombardamenti occidentali in Iraq e in Siria, che creano più jihadisti di quanti ne distruggano, a ristabilire l’integrità di quegli Stati e la legittimità dei loro governi agli occhi dei loro popoli. Una soluzione durevole dipenderà invece solo dai popoli della regione; da un accordo politico non delle antiche potenze coloniali; né degli Stati Uniti, squalificati dal bilancio spaventoso, anche dal loro stesso punto di vista, del loro avventurismo militare: invadendo l’Iraq nel 2003, dopo aver sostenuto per otto anni Saddam Hussein nella sua guerra contro l’Iran, con più di un milione di morti, essi hanno trasformato quel paese in alleato di Teheran; né, finalmente, degli Stati che vendono armi alle petrodittature del Golfo, che per aver propagato il salafismo jihadista non sono qualificati né per parlare di pace né per insegnare agli Arabi le virtù della democrazia pluralista.