Mentre guardavo la partita di calcio Germania-Francia mi veniva in mente che cento anni prima fra quelle due nazioni si stava consumando una guerra terribile con milioni di morti.

Fortunatamente ora la competizione, sempre con alterni esiti – in quanto a volte vince l’una o l’altra – si è spostata sui campi di calcio.

L’Europa unita così bistrattata è servita a qualcosa e chi la denigra non si rende conto di cosa potrebbe scatenarsi se si tornasse agli egoismi nazionalistici.

I semi dell’odio sono ancora dentro di noi. Basta poco perché le tifoserie si aggrediscano e ci scappi, come la sera della finale di Euro2016, un morto. La paura dell’altro con l’istinto a chiudersi nel proprio egoismo per combattere l’estraneo incita gli animi e viene utilizzata dai nazionalisti per il proprio tornaconto elettorale. Distruggere le istituzioni europee, bruciare i trattati, chiudere le frontiere, fortificarci contro la contaminazione della povertà per cercare di conservare la ricchezza che la nostra nazione ha conquistato nell’ultimo secolo, paiono i nuovi desideri. La storia però non torna indietro. Non è possibile tornare a un mondo in cui i paesi poveri accettavano supinamente la loro condizione di sottosviluppo, in cui le materie prime erano tutte a nostra disposizione e nessuno ci faceva concorrenza nei prodotti di manifattura. Se chiudiamo le frontiere per alcuni prodotti riceveremo come risposta una chiusura su materie prime e le nostre esportazioni di tecnologia saranno sostituite.

Freud e Einstein nel 1932 si scrissero tra loro per parlare delle ragioni che, secondo loro, stavano trascinando il mondo nella follia nazionalistica belligerante. Il carteggio, dal titolo “Perché la guerra?”, venne pubblicato nel 1933. Riassumendo, entrambi optavano per l’idea che l’aggressività e la distruttività fossero una caratteristica profonda, che Freud definiva ‘Thanathos’, presente nell’umanità e che, tali dominanti, trovassero uno sfogo nelle guerre.

Alla luce di questi cent’anni di storia dell’umanità sono portato a credere che accanto a una pulsione profonda distruttiva esista anche la superficialità e la sottovalutazione. La guerra non è un tutto o un niente, non scoppia improvvisamente perché qualcuno spinge un bottone.

Nessuno vuole la guerra però molti, troppi, accettano di discriminare il diverso da loro, vogliono mantenere i loro privilegi, lottano per creare barriere, per erigere steccati che fomentano l’odio. Con troppa superficialità si fa festa se cadono strumenti di dialogo e condivisone costruiti a fatica nei decenni. Nel caso dell’Europa ci sono voluti 60 anni per aprire le frontiere, costruire delle istituzioni ove dirimere le controversie, permettere ai giovani di sentirsi appartenenti a un unico popolo. Il rischio che in pochi anni tutto si disintegri per imbecillità fra lo sghignazzare generale è molto concreto.

Lo sport e il calcio in modo particolare rappresentano un ottimo modo di sublimare l’aggressività e la distruttività inconscia dei popoli oltre a fornire una sana competizione con un pizzico di buon nazionalismo. In senso simbolico la rivalità sportiva permette di sentire di appartenere a una nazione, avversare l’avversario senza però giungere alle estreme conseguenze. Alla fine qualcuno vince e festeggia ma chi ha perso può consolarsi e puntare a un prossimo traguardo.