Dopo 8 cicli di chemioterapia e 35 di radiofrequenza il corpo di un uomo subisce uno stress così forte che è davvero difficile riprendere una vita normale. Talvolta, come nel caso di Lorenzo Mottaex sottocapo della Marina militare tornato dalle missioni all’estero con il linfoma di Hodking, la terapia isola il male, anche se le minacce sono sempre dietro l’angolo. Tuttavia nel suo corpo continuano ad esserci svariati metalli, almeno 15, alcuni come il bario, l’acciaio, l’oro, il rame, l’alluminio, il cloro, il nichel, il silicio. Metalli che i giudici hanno definito “frammenti di particelle micrometriche da polverizzazione di uranio impoverito”.

Lo scorso marzo la quarta sezione del Consiglio di Stato ha riconosciuto – per la prima volta in Italia – la “causa di servizio” al militare che si è ammalato dopo l’esposizione ripetuta alle polveri d’uranio nei territori di guerra. Una vittoria per Lorenzo e per i 3700 soldati che aspettano un riconoscimento da parte dello Stato. L’ex sottocapo della Marina pensava di avercela fatta e dopo anni di soldi spesi a curarsi e poi a battersi per ottenere giustizia sperava che, finalmente, anche il Ministero della Difesa non potesse fare altro che prendere atto di una sentenza inequivocabile. E, invece, i mesi sono passati e il Comitato di Verifica della Difesa – che i panni sporchi se li è sempre lavati in casa con la giurisdizione domestica – “continua a ignorare la sentenza del Consiglio di Stato” denuncia Lorenzo che aspetta l’esito del suo ulteriore ricorso.

DSCN0217Intanto le sue condizioni di salute peggiorano perché, ai danni fisici si sono aggiunti anche quelli psicologici. “Ho problemi agli arti inferiori, sento come un continuo formicolio che non riesco a placare in nessun modo; anche il braccio destro mi fa male e non so cos’altro ancora potrà accadermi se continuo così. Non è possibile per me lottare contro chi si gira sempre dall’altra parte. Ho pensato un sacco di volte di mollare, poi guardo le mie bellissime quattro figlie e mia moglie e mi ripeto che devo farcela, soprattutto per loro”.

Una situazione davvero pesante quella di Lorenzo che, pensate, ha scoperto di essersi ammalato quando aveva ancora 24 anni e non sapeva nulla di uranio impoverito, nonostante l’uranio fosse presente nelle munizioni anticarro e nelle corazzature di alcuni sistemi di armamento, all’insaputa dei soldati italiani. “Durante le missioni io e gli altri militari ridevamo quando incontravamo gli americani con le tute speciali anche sotto un sole cocente e con 40 gradi all’ombra. Noi andavamo in giro comodamente con le scarpe di tela e i pantaloncini corti. Non sapevamo minimamente quali erano i rischi. E, nel 2005, una volta scoperta la malattia, mentre mi stavo curando – a mie spese – sono venuti i carabinieri a casa a notificarmi una lettera da parte della Marina che annunciava la decurtazione dello stipendio. Poi il lavoro l’ho perso proprio. Solo in un secondo momento sono entrato nei ruoli civili del Ministero. E, all’epoca, fui costretto a lavare piatti in un ristorante con mia moglie incinta, nonostante la malattia”.

Lo scorso maggio la commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, presieduta da Gian Pietro Scanu, concludeva i lavori con la proposta di spostare le competenze nelle mani dell’Inail, così da evitare che il Comitato di Verifica sia alle dipendenze del Ministero dell’Economia, con alcuni componenti della Difesa, che poi deve effettuare anche i risarcimenti, per uscire dalla giurisdizione domestica insomma. La commissione parlamentare ha raccolto, fra le altre testimonianze dei militari, anche quella di Lorenzo Motta che ricopre l’incarico di responsabile e coordinatore del Dipartimento Ona per la tutela dei militari, ex militari e personale civile esposto all’uranio impoverito e vittime di vaccini.

La settimana scorsa Lorenzo ha fatto visita a quattro ragazzi siciliani ricoverati con gravi patologie, ed anch’essi militari impiegati in poligoni e territori esteri. Per l’ex sottocapo della Marina forse è proprio questo il problema e il motivo per cui la Difesa non riconosce la sua “causa di servizio” nonostante la sentenza del Tar e quella del Consiglio di Stato: la sua battaglia a fianco degli altri colleghi ai quali è toccato lo stesso destino. Ma lui, da buon palermitano, non si scoraggia e non si ferma. Ha già prodotto un esposto alla Procura di Padova a carico dei suoi ex comandanti e ammiragli ed è proprio a fronteggiare ogni tipo di ingiustizia subita. Ma la Difesa può davvero ignorare una sentenza del Consiglio di Stato?

Intanto il Pd ha proposto un ddl di riforma del welfare militare, proprio ieri. La novità è grossa perché si infrange un muro, la separatezza tra mondo militare e mondo civile. «Noi proponiamo di superare un’anacronistica separatezza portando anche le Forze armate nell’ambito della gestione dell’Inail, organo competente, terzo e autonomo – ha dichiarato in conferenza stampa Giampiero Scanu – non ci possono più essere zone franche. Non ci possono più essere controllati che controllano i controllori». Secondo questo ddl, dunque, spetterà all’Inail occuparsi dei lavoratori e non la struttura militare, che da sempre è vista con sospetto. Una grande riforma del sistema militare, insomma per ridare un po’ di giustizia a tutti quelli che aspettano un riconoscimento da parte dello Stato e anche a quelli che già hanno perso la vita a causa del contatto con l’uranio. La speranza è questa Rivoluzione sia possibile.