Un colpo di stato annunciato intorno alle 22 del 15 luglio, e dichiarato fallito in poco più di quattro ore. Per Recep Tayyip Erdogan è così giunta la resa dei conti con il laico esercito turco, definito dallo stesso presidente, in una conferenza stampa rilasciata nottetempo a Istanbul, come il nuovo nemico di Ankara. “Traditori” li chiama, in grado di organizzare un “attentato terroristico” al potere centrale detenuto dall’Akp, “democraticamente eletto dalla maggioranza del popolo”. Un ‘putsch’ fermato con la morte di un generale golpista e con gli arresti di 1.500 militari, arresisi sul Bosforo alla polizia turca, quando è di circa 200 morti e più di 1.100 feriti il bilancio provvisorio.

La paternità del golpe attribuita a ufficiale rimosso
Negli attimi di incertezza e di confusione che hanno caratterizzato la lunga notte turca, i contorni della vicenda si sono fatti più nitidi quando la paternità del colpo di stato è stata attribuita, almeno materialmente, ai militari turchi. Condannato dagli esponenti dei principali partiti all’opposizione, il golpe avrebbe però come regista Muharrem Kose, un ufficiale rimosso nel marzo scorso dallo staff dello Stato maggiore turco. Non dunque i vertici del corpo militare del paese, bensì gran parte delle sue retrovie, vicine alla fronda kemalista: un gruppo di militari, lasciato solo anche dalla Marina turca, che non è espressione del mezzo milione di forze armate turche che il paese ha a disposizione nella sua potenza di fuoco.

Malessere dell’esercito per guerra poco incisiva a Isis
Eppure la fotografia della situazione non offre un quadro del tutto chiaro: da una parte c’è Erdogan, il quale, sempre durante la conferenza stampa notturna, ha fatto appello ai turchi e agli stessi vertici militari, dichiarando di voler restare accanto al popolo. Dall’altro c’è un presidente per ore dichiarato ‘in fuga’ sul suo aereo nei cieli turchi ed europei, che non atterra nella capitale Ankara, ma a Istanbul. E c’è un “tradimento” messo in piedi dai militari, motivato in parte dal forte malessere dell’esercito turco per la gestione, poco incisiva e lineare da parte di Erdogan, della guerra contro l’Isis in Siria.

Convitato di pietra della vicenda è l’ex imam Fethullah Gulen, ‘in esilio’ dal 1999 in una fattoria di Saylorsburg nei boschi della Pennsylvania. Ex alleato di Erdogan, ora accusato di aver creato uno “stato parallelo” allo scopo di rovesciare il potere di Ankara e inviso all’Akp, è ora indicato come mente del nuovo golpe. Ben più di Erdogan, Gulen fa paura a tanti turchi che in queste ore attendono di comprendere le sorti governative della Repubblica.

I golpe riusciti e il ritorno alla democrazia
Se oggi il tentativo del colpo di Stato è fallito, allora si può dire che la Turchia non è più quella di una volta. Non è più lo stesso paese che ha assistito agli altri golpe militari avvenuti nei decenni della sua storia repubblicana: il primo, il 27 maggio 1960, per mano del generale Cemal Gursel; poi il 12 marzo 1971, sotto la guida del generale Faruk Gurler; quello del 12 settembre 1980, quando il generale Kenan Evren sciolse i partiti, sospese la Costituzione e si dichiarò presidente. Fino ad arrivare al golpe ‘post-moderno’ del 28 febbraio 1997, che non ha visto l’implicazione diretta dei militari, ma che invece fu il risultato di una crisi all’interno del Consiglio di Sicurezza Nazionale presieduto da Erbakan. A cadenza decennale, queste onnipresenti eminenze grigie hanno seguito una traiettoria politica singolare, sventolando la bandiera del laicismo ispirato ai valori di Ataturk, padre dello Stato moderno turco. La società civile ha spesso accolto i golpe chiusa in un silenzio assenso, mentre il governo dei militari, mai rimasti al potere per più di tre anni consecutivi, hanno quasi sempre promosso il ritorno a un processo democratico.

Le riforme di Erdogan e l’orizzonte europeo
E la Turchia è cambiata anche perché in questi 13 anni di governo dell’Akp, Erdogan ha costruito un’immagine del suo partito lontana dagli stereotipi delle formazioni politiche che avevano fino ad allora governato la Turchia, preoccupandosi di non essere assimilato ad un partito religioso, pur avendo una forte ispirazione islamista. Allo stesso tempo si è imposto sulla scena politica turca facendo leva sull’orizzonte europeo e sul processo di riforme pro-Bruxelles in vista di un possibile ingresso nell’Ue. E ha riformato le forze armate del paese, riempiendone le fila di suoi alleati e allontanando ufficiali a lui poco graditi.

Il golpe del 15 luglio resta un fatto in parte del tutto imprevedibile: le strade e le piazze nel paese si risvegliano oggi disorientate, in un’atmosfera spettrale di caccia all’uomo. Eppure è la conferma che i rapporti di forza in Turchia sono in realtà cambiati da tempo. Prova ne è la ferma volontà di Erdogan, dopo le ultime elezioni che lo hanno visto vincitore, di modificare l’impianto istituzionale del paese e la Costituzione, rimpiazzando quella risalente al golpe militare dell’80. Un processo che dovrebbe poggiare su due pilastri: l’eliminazione dell’eredità militarista e laicista della Repubblica e l’introduzione di una nuova architettura governativa imperniata sul presidenzialismo. Una via naturalmente poco gradita all’establishment militare.

Il sostegno del popolo a Erdogan
Erdogan, accusato da più parti di voler islamizzare il paese, dal canto suo non dimentica la sua base elettorale, meno diffusa nelle grandi città di Istanbul e Ankara, ma forte nella zone centrali della Turchia, dove l’economia è decollata anche grazie a grandi investimenti nell’edilizia voluti proprio dall’Akp. È al popolo che il presidente si rivolge nei momenti di tensione e di caos di queste ore, nel pieno dello scontro tra secolaristi e gruppi filo-Akp. Fino al mattino, quando fa recitare alla folla che lo attende il motto “una Nazione, una Patria, uno Stato, una bandiera”. Per strada e nelle piazze si sono riversati migliaia di manifestanti, richiamati dai muezzin a restare in piazza anche nella notte, non certo per pregare, ma per manifestare a favore di Erdogan.

Il silenzio della Nato e l’ambiguità degli Usa
Un silenzio assordante arriva invece dell’orizzonte Nato: l’alleanza avrebbe potuto invocare l’art. 5 del suo Trattato, che richiama il mutuo soccorso di fronte ad un attacco armato contro una o più parti del Patto. La Turchia, con la base di Incirlik, è un tassello fondamentale nella lotta della Nato contro l’Isis. Eppure, durante le ore concitate del golpe, gli Stati Uniti in primis non si sono precipitati a difendere diplomaticamente il presidente Erdogan. Neppure dopo il lancio del suo messaggio su Facetime.

Cautamente Obama, così come Hilary Clinton e il segretario della Nato, Jens Stoltenberg, hanno parlato di voler appoggiare la democrazia in Turchia, senza mai fare riferimento alla figura del presidente. La Russia si dice preoccupata per la sorte dei propri cittadini in Turchia, mentre da Berlino resta l’appoggio del governo eletto.

È inoltre possibile che il quadro strategico del Medi Oriente muti già nelle prossime ore. Il colpo di stato arriva infatti a pochi giorni della mossa distensiva tra Turchia e Israele, con la firma tra i due direttori generali del ministero degli Esteri israeliano, Dore Gold, e del suo omonimo turco, Feridor Sinirlioglu, per un’intesa che ha posto la parola fine al gelo tra i due Stati dopo l’episodio della Mavi Marmara. La Russia non resta di certo a guardare: lo Zar e il Sultano hanno ripreso i dialoghi dopo mesi di tensioni ai confini con al Siria. L’ambizione per i due paesi è quella di raggiungere un volume di scambi commerciali di cento miliardi di dollari entro il 2023.

Un occhio ancora più attento merita adesso la zona a sud-est del paese, dove è più forte la presenza dei curdi, da sempre anti-Akp. È lecito immaginare che le frizioni e gli scontri non faranno altro che aumentare. A Erdogan al momento non rimane che imporre la sua forza, e questa volta probabilmente con ancora più prepotenza: facile pensare che verranno passate al setaccio le fila dei servizi militari, per scovare lealisti e golpisti. Così come è facile immaginare, che il “Sultano” darà dimostrazione di tutta la sua potenza di fuoco politica, traghettando il paese verso lidi sempre più conservatori.