Ieri non faceva un bel vedere, per chi considera il referendum autunnale prossimo venturo per quello che davvero è, lo spensierato girotondo dei Renzi’s boys davanti alla Cassazione. I ragazzotti e le ragazzotte beatamente sorridenti, con tanto di maglietta “cervello-all’ammasso” della squadra Forza Giglio, precettati a consegnare le montagne di firme che proclamano la desiderabilità senza se e senza ma del “Sì” a monna Boschi e al suo paggio Matteo.

Si direbbe una costante negli eterni ritorni della politica italiana al mito simil-salvifico dell’uomo solo al comando, quello di voler irreggimentare folle di giovanetti plaudenti: dai mussoliniani balilla ai fighetti berlusconiani di Azzurra Libertà dei fratelli Zappacosta, andati in crisi quando il gran capo spazzò via le loro ingenue illusioni mostrandosi più interessato alle bimbe che ai bimbi del movimento; nella logica (tipo Susanna e i vecchioni?) delle “cene eleganti”.

Fatto sta che nello scontro finale sul passaggio alla Terza Repubblica i “deformatori renziani” hanno segnato un bel punto a loro favore. Non a caso anche grazie al supporto della Cisl, confermatosi il sindacato più propenso all’ambiguità degli entrismi; in questa politica dei quattro cantoni in cui nessuno è disponibile a correre il rischio di perdere il posto (al caldo), a cominciare dalla flebile opposizione bersaniana. Ma il punto segnato non è soltanto a vantaggio di un premier sotto attacco, consentendogli un successo di immagine beneaugurante per la di lui carriera e della di lui cordata di potere.

La vera posta in gioco è il definitivo passaggio alla post-democrazia, operazione che dà un significato epocale alle manovre della task-force di governo e del suo comandante in capo Renzi. L’ebrezza per un po’ di ragazzotti della provincia toscana di fare parte di un grande disegno, in atto da alcuni decenni, di sbaraccamento degli equilibri democraticamente inclusivi che le società avanzate si erano date dopo gli sfracelli della seconda guerra mondiale. Grazie all’esercito di guastatori arruolato dal duo Thatcher-Reagan; poi esteso all’intero arco politico dal cinico Tony Blair, ormai smascherato nei suoi servilismi menzogneri (vedi la vicenda “armi di distruzione di massa” irachena). Crociata fermamente guidata dai predicatori al servizio del grande capitale (il clero NeoLib) e relativi catechismi, dal rapporto Trilateral 1976 al documento J.P. Morgan del 2013; sempre accompagnata dal salmodiare che “la democrazia è un costo/lusso che non possiamo più permetterci”. A fronte della parola magica di ritorno: “decisionismo”.

Roba ormai vintage, ma i succitati provincialotti sperano di riguadagnare il tempo perduto facendo en-plein alla roulette di novembre.

Stando così le cose, risulta ancora più inquietante/sconfortante il mancato raggiungimento del quorum da parte della contrapposta raccolta per il “No”. Il cui pericolo paventavo su questo stesso blog già un mesetto fa. Non solo in quanto dimostrazione dell’ennesima incapacità organizzativa del fronte che dovrebbe combattere lo sbaraccamento democratico in corso ormai da tempo immemorabile.

In effetti, trattasi solo di inefficienza o dell’eterna magagna che affligge un nucleo di sopravvissuti ai naufragi a sinistra, alla disperata ricerca di uno spazio di visibilità per le loro ansie di protagonismo. Per cui se il “No” avesse raggiunto il quorum si sarebbe dovuto dividere lo spazio comunicativo con personaggi tipo Zagrebelsky e Rodotà, che necessariamente avrebbero messo in ombra modesti professional della politica. Lo ripeto: con questo spirito si rischiano altre catastrofi tipo lista Ingroia o Tsipras. Per cui bisognerà sperare negli autogol di un sempre più maldestro Renzi.