Il tema della prostituzione non smette mai di essere argomento di conflitto tra femminismi e altre componenti sociali. Già altre volte ho segnalato come alcune femministe, abolizioniste della prostituzione, hanno preferito allearsi con gruppi catto/conservatori, ovvero quelli che immaginano che le donne giammai vorrebbero fare, per libera scelta, mestieri che sono giudicati immorali. Succede ancora e parliamo dell’ennesimo testo, in forma di proposta di legge, che espone la vaga teoria secondo cui tutte le donne che si prostituiscono lo fanno perché costrette e insiste, nella relazione che lo introduce, nel paragone, direi abbastanza eloquente, tra donne adulte e minori. Si accenna al fatto che il mercato della prostituzione sarebbe cambiato e che la legge Merlin non sarebbe più sufficiente. Seguendo l’esempio della fallimentare legge svedese anche in Italia si propongono salatissime multe per i clienti, da 2.500 a 10.000 euro e, in caso di reiterazione del “reato”, si prevede anche un anno di reclusione nonché le multe già citate.

Scelgono la repressione, mostrando il volto del femminismo carcerario che affida i deboli “corpi” di tutte le donne, finanche quelle che non vogliono essere considerate “bambine” e che saprebbero rappresentarsi da sole, alle istituzioni patriarcali, a partire da un punto di vista moralista e paternalista che parte dall’associazione di Don Benzi. A nessuna donna è concesso di scegliere liberamente. Tutte sono considerate vittime per legge e l’applicazione di un modello punitivo per i clienti, così come la Svezia impone, piuttosto che fermare la “domanda”, cosa che dovrebbe porre fine alla tratta, in realtà peggiora le condizioni nelle quali le prostitute lavorano. Le ricerche condotte in Svezia, patria del modello “nordico”, dicono che in realtà non serve a niente se non a peggiorare la vita delle sex workers.

Le sex workers sono costrette a lavorare in clandestinità, ed ecco come e perché si affideranno alla criminalità anche se non era loro intenzione farlo. Sono costrette a lavorare in condizioni igienico/sanitarie inadeguate, perché se la domanda cessa, e a tante donne viene sottratto il lavoro, senza che vi sia una alternativa decente che non sia quella di redimersi in preghiera e guadagnare due soldi a fare la badante per la gloria, allora queste donne accetteranno clienti che non vogliono usare il preservativo, accetteranno pagamenti inferiori e dovranno lavorare di più. Quel che è peggio è che in certi casi, grazie a quel “modello”, le sex workers saranno usate come esche per arrestare i clienti, e questo non va esattamente a loro vantaggio.

In Francia, per esempio, allo scopo di beccare i clienti, si era proposto perfino di poter intercettare le chiamate delle sex workers, cosa che non è, per fortuna, passata, nonostante la pessima legge approvata, e questo ci dice come le sex workers che non accetteranno di essere considerate vittime e vorranno continuare a svolgere il proprio lavoro si ritroveranno marchiate a fuoco con uno stigma feroce che sarà pretesto di una altrettanto feroce discriminazione. Secondo lo schema del modello nordico, infatti, le donne non sono libere di scegliere e chi lo afferma viene considerat@ malat@, comunque vittima, da “proteggere” nonostante tutto. Lo schema che descrivo è più che evidente nelle proposte che circolano in Inghilterra e in quelle approvate in Germania, dove una atroce campagna abolizionista, ha portato soltanto all’approvazione di una legge che vede le sex workers come oggetti e non soggetti.

Pretende di schedarle, alla maniera nazista, e rendere noti i loro nomi. Pretende che chiunque vorrà ottenere un tesserino per esercitare il sex work dovrà superare un tot di perizie psichiatriche perché è considerata a priori “malata” e quel che si vuol fare è escludere tale diagnosi prima di un riconoscimento, ovvero quello che riconosce la capacità di intendere e volere, che in nessun altro caso viene imposto. Una badante non deve superare perizie psichiatriche e non lo deve fare un operaio, un minatore, eppure lavorare in miniera è da pazzi, non credete?

Quello che non funziona nell’idea abolizionista è proprio il fatto di non riconoscere la differenza tra vittime di tratta e sex workers per scelta. Le sex workers riunite in associazione per la difesa dei propri diritti e per l’espressione delle proprie rivendicazioni non vengono consultate. Si parla di loro ma non si vuole affatto conoscere la loro opinione. Basta un prete e tanta gente armata di buone intenzioni, più alcune femministe, bianche, etero, borghesi, a immaginare il mondo a propria misura, imponendo un modello morale che non può appartenere a tutt*. Si tralascia poi un’informazione fondamentale: la tratta è già penalmente perseguita e non solo dalla Legge Merlin, obsoleta per altre questioni. La legge Merlin viene piuttosto usata per perseguire colleghe che lavorano insieme, per maggiore agio e sicurezza, per il reato di sfruttamento della prostituzione. Di sfruttamento può essere accusato chi affitta la casa a una sex worker, anche se le ultime sentenze dicono che è sbagliato decidere che sia così. Per “istigazione al favoreggiamento della prostituzione” può denunciarti qualche anima buona solo perché hai presentato una proposta in consiglio comunale, favorevole allo “zoning“. Perché non stiamo parlando di una semplice idea di futuro ma di una crociata vera e propria intesa come mezzo di moralizzazione della sessualità degli adulti, per quanto sia consensuale e libera. Nulla si dice sulla sessualità in vendita in quel contratto di prostituzione in esclusiva che può diventare il matrimonio e nulla si dice del fatto che la sessualità delle donne non dovrà necessariamente servire per soddisfare un dovere riproduttivo.

Esistono donne che scelgono liberamente di fare le sex workers, così uomini o persone trans, e tutt* chiedono la depenalizzazione della prostituzione, così come anche Amnesty International ha deciso, e chiedono forme di regolarizzazione che consentano loro di ottenere diritti oltre a dover corrispondere con i doveri. L’Italia, per esempio, è il luogo in cui le prostitute pagano le tasse ma non esiste una voce in partita Iva che si può usare legalmente e le sex workers non ne ricavano alcun diritto. Il diritto di avere un permesso di soggiorno se sono migranti, per esempio, giacché la lotta alla tratta a volte diventa motivo di espulsione per tante donne. Di ottenere una pensione alla fine della carriera, e questo è un altro esempio. Perché ogni altro lavoratore deve poter contare su determinati diritti e una sex worker invece no?

Infine direi che il Pd deve accordarsi con se stesso dato che nello stesso partito c’è chi propone ddl come quello di cui sto parlando e chi invece, come Maria Spilabotte, propone la regolarizzazione. Insomma: che ne facciamo di queste sex workers? Le consultiamo riconoscendo il fatto che sanno pensare con la propria testa e hanno richieste da fare o fingiamo che siano tutte vittime e che debbano fruire dei servigi dell’industria del salvataggio anche se non li hanno affatto richiesti?