di Ciaran Cahill*

A poche settimane dal referendum sulla Brexit, gran parte del dibattito si è già focalizzato sulle decisioni pratiche da prendere, come ad esempio: come e quando il Regno Unito dovrebbe uscire dalla UE? L’Inghilterra e soprattutto la sua Capitale saranno in grado di conservare l’etichetta di meta globale del business? In che modo i politici britannici limiteranno le conseguenze profonde e a lungo termine di un’inevitabile recessione?

Eppure, tra la nomina di una nuova leadership e la necessità di intervenire sulla base dei risultati del referendum, non si ha ancora una risposta soddisfacente alla domanda più rilevante dal punto di vista democratico: perché il Regno Unito ha deciso di uscire?

Storicamente, la questione economica è sempre stata in cima all’agenda degli elettori, in particolare durante i periodi di scarsa crescita o di austerità, ma in questo caso sembra che tutti gli avvertimenti (peraltro ben pubblicizzati) sulle conseguenze economiche disastrose della Brexit siano stati completamente ignorati.

Questo è strano (e in definitiva fuorviante), ma per il momento diamo un’occhiata a quello che gli attivisti del “Leave” considerano essere le due ragioni chiave.

In primo luogo, la riconquista della sovranità rispetto ai poteri che stavano lentamente e irreversibilmente trasferendosi a Bruxelles. Questo sentimento potrebbe esistere, non si può negare, ma questa “perdita” di sovranità nazionale ha avuto luogo negli anni, e non è un caso che questa retorica politica populista e nazionalista sia stata accolta da Farage (e altri) già a partire dalla metà degli anni ’90. Resta, quindi, difficile da capire perché la questione della perdita della sovranità, processo lento e costante, sia improvvisamente diventata una priorità nell’agenda degli elettori.

La seconda ragione chiave, e ora ampiamente condivisa dal Parlamento, è che gli elettori necessitassero di controllare i confini inglesi, o in altre parole, di ridurre l’immigrazione. L’immigrazione europea in UK negli ultimi anni ha toccato il picco massimo, e in particolare negli ultimi tre anni è costantemente aumentata, in coincidenza con l’allargamento dell’Unione europea.

Dall’esterno, si potrebbe, quindi, essere tentati di pensare che il voto “Leave” anti- immigrazione sia stato causato da sentimenti di xenofobia e ignoranza, ma si potrebbe peccare di pessimismo nel pensare che il 52% dei voti sia stato motivato da queste ragioni.
In effetti è più probabile, anche in considerazione di ragioni datate nel tempo, che il sentimento anti-immigrazione poggiasse su basi economiche.

Basti ricordare che il Regno Unito (come gran parte dei paesi europei) ha subito un lungo periodo di austerità a partire dalla crisi finanziaria del 2008, con famiglie a basso e medio reddito che hanno presumibilmente sofferto più degli altri cittadini i tagli della spesa pubblica operati da un governo conservatore.

Di pari passo al sentimento anti-immigrazione, non bisogna trascurare il pregiudizio secondo cui l’aumento degli stranieri avrebbe sottratto ai cittadini inglesi delle opportunità lavorative, avrebbe dimezzato gli stipendi e i servizi pubblici – come nel caso del Servizio sanitario nazionale inglese (il National health service, Nhs) -, un preconcetto che ha fatto e fa ancora leva particolarmente sui simpatizzanti laburisti e sulle famiglie a basso e medio reddito in Inghilterra e Galles, che in occasione del referendum non hanno tenuto in considerazione il consiglio del partito laburista e hanno votato in favore del “Leave”.

In ogni caso, nonostante molti economisti si siano schierati a favore dell’uscita dell’Inghilterra dalla UE, non sono mancati neppure esperti che hanno difeso il “Remain”, adducendo alcune considerazioni pressoché unanimi come conseguenze della Brexit: recessione, inflazione, moneta più debole, aumento della disoccupazione, impatto negativo sul business inglese. Tutte predizioni su larga scala che non dovevano essere ignorate.

Ma è proprio questo il punto: nessuna di queste argomentazioni chiave ha comportato un voto a favore del “Remain” da parte degli elettori di estrazione sociale umile.

La campagna “Leave” è riuscita, spesso grazie all’utilizzo di mezzi senza scrupoli, a convincere con una lettura in chiave demografica che i problemi economici dei cittadini inglesi scaturissero dall’immigrazione, e a far passare per fandonie il punto di vista degli esperti nel settore.

Uno dei tranelli più persuasivi della campagna “Leave” è stato, infatti, la questione dei 350 milioni di sterline che ogni settimana fino ad oggi sono stati elargiti alla UE e che – nel caso di uscita – sarebbero stati impiegati nel Servizio sanitario nazionale. Di fatto un argomento economico che ha fatto guadagnare un sacco di voti, ma che alla fine si è rivelato totalmente infondato non solo perché la cifra al netto è molto più bassa, ma anche perché non vi erano ragioni per fare degli impegni di bilancio di questa natura.

Al contrario, la campagna “Remain” ha fallito nello spiegare gli aspetti economici negativi della Brexit agli elettori che non avessero un master in Macroeconomia.

È, quindi, difficile stabilire chi abbia più responsabilità.

In breve, la triste realtà è che il voto di uscita dalla UE è stato fondamentalmente causato da considerazioni economiche, sebbene gli incentivi economici portassero piuttosto a restare nel sistema Europa.

In ultima analisi, la Brexit è stata una scelta piuttosto antidemocratica quindi, considerando che la maggior parte della popolazione ha votato esattamente il contrario rispetto a quello che avrebbe voluto.

*Ciaran Cahill è un analista finanziario nella City e lettore di livello PhD in Filosofia al Birkbeck College, Università di Londra