In questi giorni si sta tornando a parlare di rap. A ragion veduta. Dopo un periodo, piuttosto lungo e triste, in cui il rap è stato preso in appalto da un manipolo di poppettari che ne hanno usato gli stilemi, snaturandone lo spirito e anche la il messaggio, alcuni dei nomi pesanti del genere sono tornati sul pezzo, cercando di riportare la musica al centro dell’attenzione.

Ha cominciato Salmo, a inizio anno, tirando fuori dal cappello Hellvisback, un album monolitico, ineccepibile, senza nessun tipo di compromesso verso il mercato e verso la radiofonia e che è balzato in vetta alle classifiche e lì è rimasto, fino a conquistare il platino. Poi, più recentemente, è stata la volta di Marracash e Guè Pequeno, che hanno invece abbastanza deluso le aspettative, non riuscendo nell’impresa di sfoderare assi nelle maniche, ma pur sempre lavorando a un album coerente con le loro carriere, sicuramente più vicino alla cultura hip-hop di quanto non lo siano state le ultime perle uscite sul mercato a firma di nomi che ben conoscete.

Però, e qui arriva l’oggetto di questo articolo, il rap è sempre stato vivo, sottotraccia. Genere nato dal basso, proprio come forma espressiva di tutta una generazione, quella afroamericana che abitava nei ghetti delle grandi metropoli, New York in testa, sul volgere degli anni Settanta, ha sempre proliferato proprio lì dove c’era una urgenza comunicativa forte, dove la musica era un’ancora di salvezza, se non una via di fuga. Ha continuato a farlo anche nel momento in cui il mainstream ci ha messo sopra il cappello, assoldandolo come uno dei cavalieri con cui conquistare le masse.

Si è così sviluppato una specie di doppio binario, da una parte il rap è diventato a tutti gli effetti pop, anzi, il rap ha talmente influenzato il pop da averne in qualche modo cambiato il Dna, coi ritornelli sparati a inizio canzone, la moda dei featuring e dei produttori diversi a ogni brano, i video festaioli e colorati, dall’altra il rap, quello che proviene ancora dal basso, quello vero, si è come radicalizzato, assumendo la forma di chi si vede in pericolo e in qualche modo cerca di salvaguardare il proprio futuro. Così le nuove generazioni di rapper hanno ricominciato a veicolare messaggi, a usare il rap non tanto e non solo per marcare un territorio o per dimostrare aprioristicamente il proprio talento, ma per fare da cassa di risonanza a concetti e storie che, a loro dire, meritano di essere veicolati.

Ovviamente, nella radicalizzazione del genere, non è sempre compresa una totale aderenza ai canoni musicali, perché il rap, come qualsiasi genere musicale contemporaneo, non può che fare i conti con la contaminazione e con l’evoluzione del suono. Sarebbe stupido, e probabilmente anche intempestivo pensare, oggi, di fare lo stesso rap che si faceva, per dire, negli anni Ottanta. Sarebbe stupido e sicuramente intempestivo non tenere conto di come anche tutto intorno siano cambiati i suoni e i linguaggi. E siccome siamo in Italia, e notoriamente la musica black, un po’ come la musica rock, non fa parte del nostro codice genetico, c’è chi, cercando una evoluzione coerente, ha puntato su una commistione di linguaggi che preveda non solo la tipica scansione metrica del rap, quindi il flow, ma anche una attenzione particolare alla melodia, memore che l’Italia è la patria del bel canto, e anche a certi suoni acustici e “suonati” che, in verità, da decenni trovano porto franco nel genere in questione.

Siccome però è sempre bene contestualizzare, quando si parla di musica, per non lasciare che le parole restino sospese in aria senza possibilità concreta di personificarla in un volto, in una voce, in un nome, ecco che nel mazzo dei tanti nuovi rapper che provano a emergere nel mare magnum italico, abbiamo deciso di tirare fuori il nome e la voce di Pool Junior, sicuramente uno dei più talentuosi e, lasciateci usare un termine da carabinieri, attenzionati. Nato ventuno anni fa dalle parti di Rovigo, Pool Junior è da tempo uno dei nomi che più si stanno facendo notare nel sottobosco del rap e, anche, della musica italiana tout court.

Vincitore morale un paio di anni fa di Area Sanremo, con Se potessi, un brano che affrontava un tema importante e difficile come l’autismo, Pool Junior è stato, nel corso dei mesi successivi, avvicinato da tutti i talent, che lo hanno corteggiato come si fa con i fuoriclasse. Dotato di una penna sensibile, acuminata, capace di incastri e trovate originali, una cultura elevata ma mai esibita con arroganza, Pool Junior ha una caratteristica che, probabilmente, gli ha fin qui impedito di fare il botto, di diventare una star come Emis Killa o, per citare il nuovo che avanza – che con Pool Junior condivide, per altro, il miscelare rap e melodia – Irama, fresco vincitore del Coca Cola Summer Festival Giovani. Pool Junior ha una voce molto singolare. Difficile da descrivere, a volte ostile, a volte quasi adolescenziale nel suo essere gracchiante, una voce sicuramente importante. Una voce che, unita a quella penna, potrebbe diventare il vero punto di forza di questo giovane talento, esattamente come lo è stato la voce nasale per il giovanissimo Eros Ramazzotti, o quella fumettosa per Caparezza.

Del resto, se Jovanotti, Fabri Fibra e Max Gazzè non fanno che infarcire le loro canzoni di parole con la esse, per esaltare “la zeppola”, o se un gigante come Guccini non si nascondeva certo dietro la tipica erre moscia emiliana, perché Pool Junior non dovrebbe fare di una propria caratteristica un punto di forza? Come si dice in questi casi, ho visto il futuro del rap, si chiama Pool Junior, poi non dite che non ve l’avevo detto.