Theresa May è il nuovo premier britannico. Ministro dell’Interno negli ultimi sei mesi e neo-leader del Partito Conservatore, ha accettato l’invito della regina Elisabetta II a formare il nuovo governo. Come prevede il protocollo, May “ha baciato la mano”, una formalità che si traduce in una stretta di mano con la regina e con cui si proclama che il Regno Unito ha un nuovo capo di governo. L’ex segretario di Stato agli affari interni prende il posto di David Cameron, che poco prima si era recato a palazzo a rassegnare le proprie dimissioni. E’ la seconda donna nella storia del Paese ad assumere la guida dell’esecutivo, 26 anni dopo Margaret Thatcher, anche lei esponente Tory.

“È un momento importante per la nostra storia – ha detto il neo-premier nel suo primo discorso a Downing Street – dopo il referendum (sulla cosiddetta Brexit, che ha sancito la volontà del popolo britannico di uscire dall’Unione Europea, ndr) ci aspettano grandi cambiamenti reali, ma il Regno Unito può essere all’altezza della situazione, come ha sempre fatto in passato: uscendo dall’Ue forgeremo un ruolo positivo per il nostro Paese nel mondo, forgeremo un Regno Unito che opera per tutti e non per pochi privilegiati. Insieme costruiremo un Paese migliore”. “Farò tutto il possibile per dare a voi un maggiore controllo della vita – ha detto quindi, rivolgendosi al popolo britannico – non penseremo ai potenti ma a voi, per quanto riguarda le tasse la priorità sarete voi, non i ricchi. Per quanto riguarda le opportunità faremo il possibile per aiutare tutti, per sfruttare al massimo il potenziale di tutti voi”.

Una donna dal profilo non proprio innovativo, per sei anni inflessibile ministro dell’Interno e paladina della linea dura sull’immigrazione, sostenitrice non entusiasta di Remain al referendum del 23 giugno, ma che promette ora di attuare la Brexit senza ripensamenti. Convinta – dice – di poterne fare “un successo“. Una donna che comunque porta con sé una ventata di modernità, riequilibrando i rapporti di forza fra generi nella compagine e disegnando un gabinetto con una presenza femminile senza precedenti per numero e qualità dei ruoli assegnati, in un Paese nel quale anche la Scozia – contraria alla Brexit e determinata ad avere voce in capitolo – le contrappone una signora ‘first minister’, la combattiva Nicola Sturgeon.

Le operazioni per la formazione del nuovo governo sono in corso. Philip Hammond si aggiudica la poltrona più importante: l’ex ministro degli Esteri è stato nominato cancelliere dello Scacchiere, e quindi titolare del Tesoro, al posto di George Osborne, un fedelissimo di Cameron, che resta fuori dal nuovo gabinetto. Boris Johnson, ex sindaco di Londra e capofila del fronte del Leave nella campagna per il referendum, diventa a sorpresa ministro degli Esteri. Amber Rudd, già ministra dell’Energia, è stata nominata segretario di Stato degli Affari interni, l’equivalente del nostro ministro degli Interni, carica ricoperta dalla stessa May nel governo Cameron. Michael Fallon resta ministro della Difesa. David Davis, invece, è il nuovo ministro per la Brexit: il nuovo ministero, seppure ancora in fase embrionale, dovrebbe occuparsi delle negoziazioni per l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue .

In mattinata la Camera dei Comuni aveva fatto da palcoscenico di congedo dei sei anni di David Cameron a capo dell’esecutivo, con un ultimo question time consumatosi nel fair play generale sotto gli occhi della moglie Samantha – “l’amore della mia vita”, come il premier l’ha più tardi apostrofata lasciando Downing Street con un abbraccio familiare – e i tre figli, Nancy, Arthur e Florence. Le ovazioni si sono sprecate, con qualche lacrimuccia, nel gruppo Conservatore. E non è mancato l’onore delle armi del leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn, ancora in piedi in attesa della resa dei conti di casa sua.

“Il Regno Unito ora è molto più forte e stabile, con un’economia in crescita e un deficit in calo”, ha detto il premier uscente lasciando la residenza di Downing Street per l’ultima volta: “Il mio consiglio a chi mi succederà è che dovremmo tentare di essere il più vicini possibile all’Unione europea per i vantaggi in commercio, collaborazione e sicurezza”, aveva detto poco prima, nella sua ultima sessione di domande in Parlamento in riferimento al compito di traghettare Londra fuori dall’Ue. Un’eredità e un compito che ora spettano alla sessantenne May affrontare: senza un passaggio alle urne, cosa che potrebbe rappresentare un problema con una maggioranza di appena 12 seggi.