Fuori ci sono quasi quaranta gradi. Anche solo l’idea di muoverci ci fa sudare. In tre parole, siamo in estate. Normale che si torni a parlare di tormentoni. Succede sempre, ogni anno, e ogni anno succede come se fosse una cosa nuova, un po’ come per i servizi del telegiornale su come gli anziani devono affrontare il suddetto caldo: bere tanto, mangiare tanta frutta, eccetera eccetera. Ma se uno ci pensa bene, e pensare bene con questo caldo è in effetti difficile, il vero tormentone degli ultimi tempi non è una canzone ma uno slogan, uno slogan che ha però molto a che fare con le canzoni, con la musica.

Il vero tormentone del nuovo millennio è il refrain “a salvare la discografia sono i live”, un refrain che viene ripetuto ossessivamente, come si fa con i mantra, forse nella speranza non tanto di convincere gli altri ma noi stessi. A salvare la discografia saranno i live. E in effetti, stando a vedere non solo la proposta quotidiana di concerti tenuti anche in location che un tempo erano disertate dalla musica dal vivo come se fossero Eboli per il Cristo di leviana memoria, ma anche la costanza con cui se ne parla in tutti i luoghi e in tutti i laghi, verrebbe quasi da dire che è tutto vero. I concerti sono, nel mondo reale come in quello virtuale, l’argomento di discussione principe di chi parla di musica.

Non solo degli addetti ai lavori, anzi: parlo della very normal people, quella, appunto, che un tempo comprava cd e ora, stando alle chiacchiere, corre ogni santo giorno su e giù per l’Italia, per le arene, gli stadi, le piazze, i parcheggi di fronte alle piazze e in ogni diavolo di posto dove qualcuno ha pensato di organizzare un concerto. Specie nei social, che sono diventati il “vero mondo reale”, non passa festival internazionale che non porti con sé la gara a postare foto, selfie, video, frasi ad minchiam, di tutto e di più. Non c’è evento live di un qualche rilievo che non spinga a pubblicare, alla medesima maniera, frasi del cantante in questione, decretandone il successo o, in qualche caso, cantandone il requiem.

È successo recentemente, non può esservi sfuggito, con Bruce Springsteen e il suo ritorno in Italia. Il tour, anche questo non può esservi sfuggito, era dedicato all’album The River e in effetti in USA il doppio album è stato riproposto nella sua interezza, cosa che non è accaduta da noi. Springsteen: tre ore e tre quarti di concerto tenuto da un signore nato a Freehold, nel New Jersey qualcosa come sessantasette anni fa. In non pochi hanno storto il naso. Storcere il naso, nei tempi dei social, si fa digitalmente, sproloquiando in rete.

E, a differenza con quel che succede coi nasi reali, gli “storcimenti di nasi virtuali” diventano virali. Uno storce il naso e, neanche il tempo di riacquistare una posizione nasale naturale, che ne parlano in chissà quanti. Così, a quelli che sono andati a San Siro e sono rimasti delusi (si suppone una minima parte), si sono aggiunti quanti a San Siro non sono andati, perché magari non sono interessati a Bruce Springsteen e ai suoi concerti o perché, caso ancora più frequente, Springsteen sta loro profondamente sulle palle e poter dire che ormai è morto, che è finito, che sono almeno quindici anni che non fa più niente di rilevante, non è parso loro vero. Questo, in effetti, è accaduto, dando vita a non poche discussioni e anche alla riflessione che segue.

I concerti salveranno la discografia, si diceva in esergo. Il tormentone degli anni duemila. Ecco, non è vero. Non è affatto vero. Per più di un motivo. Primo, perché i concerti c’erano anche quando la gente andava a comprare i vinili prima e i cd, poi. Secondo, perché la discografia, da un punto di vista pratico, è l’industria della produzione di dischi (cioè oggi di musica digitale e di cd, per quei pochi che ancora si stampano) e quindi coi concerti, in realtà, c’entra solo tangenzialmente. Terzo, perché se è vero che di dischi (ci siamo capiti) se ne vendono sempre meno, è anche vero che parlare di boom di concerti non risponde esattamente al vero. Quello che un tempo era il consumo di musica incisa, quindi la vendita di album, oggi è stata sostituita dallo streaming (un tempo dal free download illegale) e dai vari canali video, tipo Youtube. Quindi a suo modo, seppur con numeri che sono molto spesso irrilevanti, un mercato discografico esiste ancora.

La percezione che il mercato del live sia aumentato è, come direbbe Quelo, una percezione sbagliata. Concerti ce ne sono, come festival, ma la gente che accede ai concerti non ha affatto sostituito la gente che un tempo comprava musica incisa. Si è semplicemente persa una fetta del mercato musicale per ottusità da parte di chi ci lavora che, incapace di capire che la rete avrebbe cambiato tutto, ha lasciato che fosse qualche nerd brufoloso a fare i soldi laddove avrebbero dovuto e potuto essere lui a mettere il cappello sul download e lo streaming.

Per contro, e qui arriva la parte che rasenta il delirio, questo apparente fiorire di concerti in tutti i luoghi e in tutti i laghi altri non è che la parcellizzazione del pubblico dei concerti che è sempre lo stesso e che, di fronte ad una offerta multipla, non potendo usufruire del dono dell’ubiquità, semplicemente si divide. Così capita di andare a vedere, che so, I Floating Points e di trovarsi di fronte il corrispettivo di una partitella scapoli ammogliati, dove gli scapoli e ammogliati, per uno strano caso del destino hanno tutti la barba lunga e le t-shirt a righe orizzontali. Magari capita anche di andare a vedere I Cani di fronte a duemila persone ma il Boss, non per fare il pignolo, di persone ne raduna in due date circa centoventimila, strano caso di morto in grado di radunare le folle. Insomma, non lasciamoci ingannare: i cantanti sfigati, anche se fanno concerti, sfigati rimangono e suonano di fronte a un pubblico che, volendo, potrebbero accontentare anche se suonassero dentro il loro furgoncino. Altro che salvare la discografia.

Una cosa è certa: visto che gente come Brian Wilson decide di portare in giro Smile dal vivo, ma ovviamente snobba l’Italia, se dobbiamo accontentarci di andare a vedere Ligabue a Monza, beh, allora è ok. Se la discografia verrà salvata dai live a farne le spese saranno le nostre palle, immolate sull’altare della noia mortale.