Non c’è pace per Juba, capitale del Sud Sudan, in preda da cinque giorni a violenti scontri tra le due fazioni rivali che fanno capo al presidente Salva Kiir e al suo primo vicepresidente Riek Machar. Nella mattina di lunedì ancora scontri a fuoco e violente esplosioni per le strade della capitale.

Non esiste un bilancio ufficiale delle vittime ma i numeri sono già terribili: 272 i morti, di cui 33 civili, nella sola giornata di venerdì negli scontri vicino al compound della presidenza, dopo i primi 5 soldati caduti giovedì, all’inizio delle ostilità. Tra le vittime anche un casco blu cinese. Lo ha reso noto con una nota il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a cui è seguita la conferma del ministero della Difesa di Pechino.

Appelli inascoltati – A nulla è servito il richiamo dell’Onu a rispettare l’accordo di pace siglato lo scorso agosto che aveva portato a un governo di unità nazionale con basi estremamente fragili. I due leader rivali, Selva Kiir e Riek Machar, si stanno contendendo con la violenza la guida del paese africano, giunto proprio due giorni fa al quinto anniversario della sua indipendenza. Dopo una breve tregua nella giornata di sabato, il conflitto è riesploso domenica, e l’invito dell’Onu a riunire le proprie forze nell’interesse del Paese appare sempre più inascoltato.

Domenica era stato Kiir a lanciare un appello per un immediato cessate il fuoco. “Questo è un appello alla pace e alla calma ai generali dei due eserciti”, ha affermato anche il ministro delle Miniere, Taban Deng, ex negoziatore dei ribelli di Machar che hanno contato finora il maggior numero di vittime.

Ma in una dichiarazione resa alla Bbc, il portavoce del vicepresidente Machar ha detto che il Sud Sudan è “tornato alla guerra” e ha accusato le forze armate fedeli al presidente Salva Kiir di aver attaccato le sue posizioni nella capitale Juba.

Attacchi all’Onu – “Caschi blu provenienti da Cina e Ruanda sono stati coinvolti negli scontri a Juba, in Sud Sudan”, ha dichiarato il consiglio di sicurezza delle nazioni Unite, in una dichiarazione rilasciata dopo una riunione di emergenza, in cui ha “condannato con la massima forza l’escalation dei combattimenti a Juba, cominciati il 7 luglio”.

Oltre al militare cinese ucciso altri sei sono rimasti feriti quando il veicolo su cui viaggiavano è stato colpito da una granata durante una missione. “L’esercito cinese è profondamente scioccato e condanna fermamente l’attacco, ed esprime le sue condoglianze alle vittime e alle loro famiglie”, si legge in una nota del ministro della Difesa di Pechino.

“Esortiamo a porre fine a queste ostilità e speriamo che i leader politici torneranno di nuovo a rispettare tutti i punti d’azione dell’accordo di pace”, ha dichiarato a Reuters Shantal Persaud, portavoce per la missione Unmiss delle Nazioni Unite. Persaud ha riferito che colpi d’arma da fuoco sono stati esplosi anche intorno alle due sedi del quartier generale dell’Onu nell’area di Jebel a Juba e in una base vicino all’aeroporto. Nella dichiarazione il Consiglio di sicurezza condanna “nel modo più forte” i combattimenti ed esprime “shock e indignazione” per gli attacchi alle strutture Onu. Intanto il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha ordinato la partenza di tutto il personale non necessario dall’ambasciata a Juba, consigliando massima cautela ai cittadini statunitensi rimasti nel Paese.

Civili in fuga – “Gli scontri di oggi sono peggiori di quelli a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi. Oggi vengono usate armi pesanti”, ha detto un abitante di Juba, Rose Kogi, citato dall’agenzia di stampa Dpa. L’asprezza della contesa starebbe spingendo migliaia di persone ad abbandonare in queste ore la capitale, in cui tutti i negozi sarebbero chiusi. Secondo testimoni citati dalla stessa agenzia, a migliaia si stanno dirigendo verso Gurei, località 20 chilometri a ovest della capitale. Una fonte anonima ha dichiarato che sarebbero già 10mila le persone che hanno lasciato le loro case. Gli scontri tra le opposte fazioni sono costati in due anni e mezzo decine di migliaia di morti e hanno provocato una grave crisi umanitaria in un Paese già poverissimo nonostante le ingenti riserve petrolifere.