La sera, verso il tramonto, si decide cosa fare. Cioè dove fermarsi per la notte. In porto o in rada? Che sono scelte opposte. Vuol dire, nel primo caso, ormeggiarsi in banchina e vivere la vita di terra di un luogo solitamente turistico. Con i ristoranti, la gente, il trambusto. O, al contrario, starsene fuori dal trambusto: e poi c’è sempre il tender, cioè il gommoncino di bordo, per andare a riva. Da una parte, si dorme su una barca trasformata in una casetta assicurata al molo; dall’altra, la magia di una notte solitaria, forse più avventurosa. Perché non si sa mai cosa può succedere in mare, anche se il meteo è rassicurante. Ma cosa c’è di più piacevole di una cena nel pozzetto appena lontani da terra, galleggiando nel silenzio? Certo è piacevole anche vedere luoghi e gente, quando se ne ha voglia. Il bello è che si può scegliere. Sempre che il meteo lo permetta…

A qualcuno piace organizzata, la vacanza per mare. Anche affollata o superaffollata (ne abbiamo parlato qui e qui). Ma l’essenza dell’andar per mare è una barca a vela con pochi, selezionati compagni di viaggio. Se non uno solo. Con cui spostarsi dove si vuole. Come fare? Semplice, si noleggia la barca con tanto di skipper, che è il capitano e generalmente è una persona capace di stare con la gente. Se lo skipper non si può scegliere (a meno di non averne uno fra le conoscenze e allora ci si può limitare al noleggio del mezzo, risparmiando anche un bel po’) e ti capita chi ti capita, la barca invece sì. A seconda del numero di passeggeri e nei limiti delle disponibilità, s’intende. Come quando si affitta un’auto, per dire. La barca classica da vacanza è sui dodici, quattordici metri. Più piccola, è troppo piccola; più grande, tutto costa di più e magari si fa fatica a trovare posto nei porti minori, quei magnifici vecchi porti della Croazia, per esempio, o alle Eolie e in Grecia. Diciamo un 45 piedi (le barche si misurano sempre in piedi inglesi), cioè 13,70 metri circa di lunghezza fuori tutto (cioè dal punto più sporgente di prua a quello più fuori a poppa), con 4 metri e mezzo di baglio massimo (il punto di maggiore larghezza dello scafo). Facendo un conto a spanne, considerato che prua e poppa sono più strette, si ha una superficie fruibile di una quarantina di metri quadrati. Su due piani: sopra, cioè in coperta o sul ponte, e sotto, vale a dire sottocoperta. Un monolocale accettabile, insomma. Sottocoperta ci sono il “salone” (che si chiama quadrato) con il tavolo per mangiare e i divanetti intorno, spesso a ferro di cavallo, il tavolo da carteggio (dove si tracciano le rotte e dove si trova la postazione radio), la cucina nautica (con tutto quel che serve), il bagno (o i bagni) e le cabine. Un 45 piedi solitamente ha quattro cabine doppie, più i posti sui divanetti in dinette, e due bagni. Le cabine sono piccole, ma sufficienti, i letti sono piccoli, ma sufficienti. Lo skipper di solito dorme nel quadrato; a volte riserva per sé una cabina e uno dei due bagni. Questa è la configurazione di massima capienza. La stessa barca può essere allestita in modo diverso, per esempio con solo una grande cabina a prua e una a poppa. I cataloghi sono caverne di Alì Babà, offrono di tutto.

La coperta è occupata in gran parte dalla tuga, praticamente il tetto (rialzato) del quadrato, dove passano cime varie. Restano liberi una parte a prua e i passavanti, cioè i passaggi (a destra e a sinistra della tuga e del pozzetto) che portano da poppa a prua. Il pozzetto è la zona abitabile, solitamente sistemato a poppa, qualche volta in posizione centrale. Qui c’è la ruota del timone (o due ruote, una per lato), le panche e un tavolo spesso fisso e con le “ali” richiudibili. È la “terrazza” dove si passa la serata, sia in porto sia in rada. Il resto della coperta può essere usato come prendisole o luogo di meditazione. Va sfatato il mito della vacanza in barca come una convivenza da cui è impossibile sfuggire: ci si può isolare anche su una barca di 12 metri. Certo che l’equipaggio deve essere affiatato in partenza. Una crociera con sconosciuti comporta qualche rischio. Anche in positivo, s’intende.

Quindi, noleggiata la barca con lo skipper, si deve decidere l’atteggiamento da avere. Cioè se fare il semplice passeggero oppure partecipare alla gestione del mezzo. Ci sono capitani, di solito piccoli proprietari, che si propongono con una persona di appoggio: insieme, si occupano sia della conduzione sia della cucina. Comodo, ma poco coinvolgente. Con il noleggio presso le grandi compagnie di solito non succede. E allora c’è da fare cambusa (cioè la spesa) e preparare da mangiare. La barca ha un piccolo motore, naturalmente, che si usa nelle manovre di ormeggio in porto o di ancoraggio in rada, e quando non c’è vento; ma appena si può, si tirano su le vele e si va. E allora tutti dovrebbero lavorare un po’. Capendo cosa si sta facendo. Quindi prima di tutto bisognerebbe acquisire i termini marinari, perché lo skipper fa fatica a non usarli, e poi darsi da fare. Che vuol dire, per esempio, portare (o lanciare) e recuperare le cime di ormeggio a terra, issare la randa e svolgere il fiocco. Dove si va? E qui viene il bello. Si va dove si vuole, magari cambiando programma di giorno in giorno, tenendo conto del tempo, degli umori, certo un po’ anche del vento dominante. Magari addirittura senza programmi. Nella libertà più totale. O quasi. Perché è il mare a dettare le condizioni e con i suoi umori mettersi di traverso ai programmi. E l’ultima parola spetta sempre al capitano. E se il capitano dice “no” è “no”. Per carità, non si tratta di capricci, ma di conoscenza ed esperienza. Non ci si può fermare ovunque: il mare non è un’autostrada. Un’insenatura può essere perfetta in un certo momento e impraticabile in un altro. Non si può arrivare ovunque: la barca a vela è lenta. Più che un mezzo di trasporto è un modo di essere e di vivere il mare. Può non piacere, ma di solito appassiona.

La giornata tipo comincia presto. Primo pensiero i rifornimenti di acqua (che serve per lavarsi e lavare i piatti e va sempre usata con parsimonia) e gasolio. Poi la cambusa. C’è cibo sufficiente in frigo? Quando si è provveduto a tutto, magari dividendosi i compiti, si salpa. Con un obiettivo, naturalmente: una bella baia dove fare il bagno, per esempio, con un occhio ai possibili posti dove trascorrere la notte. Obiettivo teorico, perché magari si cambia idea o si è costretti a cambiarla. Se la navigazione è tranquilla si può fare quel che si vuole, anche prendere il sole sdraiati. Se invece è complicata, si lavora. Di solito a metà giornata si cerca un golfetto dove sia possibile ancorare, cioè che non abbia un fondale troppo profondo, altrimenti la catena dell’ancora non è sufficientemente lunga o non lo è abbastanza per far sì che l’ancora “prenda” (e lo fa meglio sulla sabbia; sulla vegetazione scivola, nelle rocce si può incastrare). Una volta sistemati, si fa il bagno, si prepara da mangiare e si pranza guardando quelli che si ammassano nelle spiagge laggiù e sentendosi molto fortunati. Dopo la pausa, si riparte. Mettiamo che abbiate scelto il porto di una località che volete vedere. Arriva il momento di “mettere il culo (cioè la poppa) in banchina”, come si dice. È uno degli eventi topici della giornata. La manovra può essere semplice, difficile, appassionante, sbagliata e da rifare, ridicola (tutti quelli nei paraggi osservano con attenzione, in caso sia necessario intervenire per evitare danni alle altre barche), perfetta, assistita (qualche volta il personale del porto ti aiuta), drammatica (quando il vento è al traverso). Se invece non c’è posto in banchina si sta in rada e bisogna ancorarsi nel modo più sicuro possibile. Se ci si appassiona è fatta. Si torna a casa, ci si iscrive a un corso per conseguire la patente nautica, si fa l’esame e da capitani, appena si è pronti, si noleggia la barca senza skipper. Ed è tutta un’altra cosa.