Qualche giorno fa Ivan Scalfarotto, ex candidato dichiaratamente gay alle primarie del 2005 per l’Unione di centrosinistra, renziano di ferro, autore di una legge sull’omofobia che di fatto la sdogana elevandola al rango di opinione e sottosegretario allo Sviluppo economico, tuonava su Twitter – forse in un mal riuscito tentativo di emulare il suo leader – contro la nomina di Marco Giusta ad assessore alle Famiglie (non più “alla famiglia” come nella vecchia dicitura), nella giunta della sindaca Chiara Appendino.

La colpa di Giusta – e ovviamente dell’esponente M5S – è quella di aver portato una nota di arcobaleno dentro un partito che a suo tempo ha fatto saltare il canguro, esponendo la legge sulle unioni civili all’alleanza tra Pd e Alfano e, quindi, sacrificando le stepchild adoption. Tradotto in altri termini: poiché il movimento di Grillo è contro i diritti della comunità arcobaleno, la presenza di Giusta, che tra le altre cose è l’ex presidente di Arcigay Torino, rappresenterebbe poco più di una foglia di fico. Se ne deduce che sarebbe un disonore per una persona dichiaratamente omosessuale far parte di quella giunta, visti i presupposti.

È di oggi, quindi, la notizia che dal Pd torinese – ala cattodem, nello specifico – la consigliera Monica Canalis ha presentato un’interpellanza dal titolo: “Famiglia o famiglie, la scelta non è Chiara”. La simpatica e creativa rappresentante dem (apprezzabile il gioco di parole, ai fini retorici) è molto dura con Appendino, e parla di «forzatura giuridica che viene realizzata attribuendo lo status di famiglia anche alle persone conviventi di fatto e alle unioni civili omosessuali», ricordando che la legge sulle unioni civili esclude le coppie di gay o lesbiche collocandole nella dicitura “formazioni sociali specifiche”. Una specie di richiamo all’ordine che però, sempre in area Pd, ha visto le proteste dell’eurodeputato Daniele Viotti e della consigliera Chiara Foglietta, entrambi provenienti dall’associazionismo Lgbt.

La gravità di questo gesto non sta solo nel contenuto dell’interpellanza, la cui volontà discriminatoria è moneta ben nota dentro il partito di Renzi già dai tempi della discussione sul ddl Cirinnà (e infatti tali dichiarazioni non stupiscono più di tanto), quanto per il valore simbolico. Domani a Torino si terrà, a dieci anni dal primo, il Pride del capoluogo piemontese – come ricorda lo stesso Viotti e al quale parteciperanno in veste ufficiale la stessa Foglietta, oltre che Giusta e la neosindaca – e l’interpellanza, inoltre, è il primo atto pubblico del Pd torinese: momento abbastanza triste per un partito che, con Fassino sindaco, si è mostrato vicino alla gay community della città. Non vorremmo che, per una guerra tra fazioni, si facesse delle nostre vite e della nostra identità carne da macello politico. Un po’ come ai tempi del “canguro”, per capirsi.

Tali dichiarazioni, per lo più, dimostrano quello che ho sempre pensato e che penso tuttora sulla filosofia che ha animato la legge sulle unioni civili: un tentativo di allontanare, linguisticamente e giuridicamente, le nostre situazioni affettive dal concetto di “famiglia”, non certo un’opportunità per tentare di accostare quanto più possibile le nostre rivendicazioni alla norma riconosciuta. E quando dico che il Pd è un partito sostanzialmente omofobo, intendo proprio questo. E a proposito: il decreto ponte non è ancora arrivato.

In tutto questo, concludo con due brevi considerazioni: con questo episodio certe maestranze renziane del Pd, in primis, hanno poco da criticare alla giunta torinese, che dai suoi primi atti pare si stia comportando molto bene – la sindaca ha infatti nuovamente affisso dei manifesti del Torino Pride deturpati da svastiche, qualche giorno fa – mentre forse bisognerebbe guardare un po’ meglio dentro casa propria (cominciare con un’interpellanza omofoba non è proprio il massimo ragazzi!). Ancora, ci si aspetta un vibrante tweet (come solo lui sa fare) da parte del sottosegretario Scalfarotto, su questa vicenda: nel momento in cui si scrive nulla è ancora stato detto in merito da parte sua. In alternativa, ricordando il glorioso tempo dei digiuni di un anno fa, può sempre rinunciare al cornetto del mattino. Alla fine si sta parlando del puntiglio di una rappresentante locale che ha scoperto il segreto, tutto adinolfiano per altro, di attaccare gay e lesbiche affinché i media si accorgano della sua esistenza. Rinunciare al croissant darebbe il giusto valore alla cosa.