Un Paese strategico per il tessile italiano, che vale quasi 1,2 miliardi all’anno per le nostre aziende. Ma al tempo stesso, un porto franco per i diritti umani, come segnalano le associazioni attive sul territorio, che raccontano le precarie condizioni in cui lavorano gli operai delle fabbriche, spesso fornitrici di marchi italiani. L’attentato di Dacca, dove sono state uccise 20 persone tra cui nove italiani e diversi imprenditori del tessile, ha riacceso le luci sul Bangladesh. Un Paese stretto tra il boom del settore dell’abbigliamento e le tragedie del lavoro: è ancora viva la ferita del Rana Plaza, lo stabilimento tessile dove nel 2013 persero la vita 1.134 dipendenti, rimasti schiacciati dal crollo della struttura. “I marchi occidentali, committenti delle fabbriche tessili bengalesi, sono corresponsabili delle condizioni di sfruttamento in cui versano i dipendenti – spiega Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti – Gli operai lavorano 12-14 ore al giorno, fanno straordinari obbligatori e salari bassissimi: uno stipendio dignitoso equivale a 337 euro, mentre il salario minimo si ferma a 54 euro. E gli ambienti sono pericolosi: chi va a lavorare in una fabbrica tessile, rischia di non tornare a casa”.

Il Paese è il secondo più grande produttore di abiti pronti del mondo dopo la Cina: nel 2015 ha esportato vestiti per un valore di oltre 25 miliardi di dollari, secondo Bangladesh manufactures and exporters association, e il settore ha dato lavoro a circa 5 milioni di persone. Dal Bangladesh, segnala Coldiretti, l’Italia ha importato nel 2015 prodotti tessili per 1,18 miliardi di euro: “Le importazioni di abiti sono aumentate del 248% (tre volte e mezzo) in valore negli ultimi dieci anni con un ulteriore incremento del 5% nel primo trimestre del 2016, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno”. Nel periodo gennaio-febbraio 2016, aggiunge l’agenzia Ice, il valore delle importazioni dal Bangladesh all’Italia ammontava a 274 milioni: quasi il 99% è rappresentato da prodotti tessili, articoli di abbigliamento e articoli di pelle. Un dato in crescita del 13% rispetto allo stesso bimestre del 2015.

Resta da capire quale sia il prezzo del successo dell’abbigliamento bengalese. Il 24 aprile 2013, la fabbrica tessile Rana Plaza è crollata su stessa, uccidendo 1.134 operai che lavoravano per diversi marchi occidentali. Nel gennaio 2014, l’Organizzazione internazionale del lavoro, agenzia delle Nazioni Unite, ha istituito il Rana Plaza donors trust fund, un fondo per risarcire le vittime della strage. I versamenti potevano essere effettuati da chiunque ed erano su base volontaria, ma il mondo dell’associazionismo ha chiesto a gran voce che partecipassero i grandi brand della moda committenti del Rana Plaza. Tra questi c’era l’italiana Benetton, che ha contribuito solo ad aprile 2015. Il brand di Treviso ha sborsato 1,1 milioni, che non corrispondono neanche a mille dollari per ogni operaio morto. Non a caso, la Campagna Abiti Puliti ha sempre chiesto che l’azienda pagasse almeno 5 milioni di dollari. Intanto, al Rana Plaza donors trust fund hanno contribuito anche H&M, Primark, Mango, Auchan.

Prima del Rana Plaza, il Bangladesh era stato teatro di altre tragedie del lavoro. Nel 2012, la fabbrica Tazreen Fashion ha preso fuoco: nell’incendio sono morte 113 persone. Tra i committenti, c’erano Walmart ed El Corte Ingles e, secondo la Campagna Abiti Puliti, anche l’italiana Piazza Italia, che da parte sua ha negato di avere mai lavorato con Tazreen. Sette anni prima, invece, era crollato lo stabilimento Spectrum, provocando il decesso di 74 operai: la fabbrica lavorava per conto di vari marchi occidentali, tra i quali Zara e Carrefour.

Ma Benetton non è l’unico marchio tessile occidentale a finire nel mirino delle associazioni per le condizioni di lavoro in Bangladesh. Nell’aprile 2016, infatti, è uscito un rapporto che accusa H&M di non rispettare gli impegni presi per rendere sicure le fabbriche dei suoi fornitori. Dopo il crollo del rana Plaza, pur non essendo tra i committenti, anche la società svedese aveva firmato l’Accordo per la prevenzione degli incendi e la sicurezza degli edifici in Bangladesh. Tuttavia, Campagna Abiti Puliti, International Labor Rights Forum e United Students Against Sweatshops hanno condotto un’analisi sulle misure correttive messe in campo dall’azienda in 32 fabbriche fornitrici di H&M: il risultato mostra come “ad oggi la maggior parte di queste siano ancora sprovviste di uscite di sicurezza adeguate”. In particolare, le associazioni ricordano un incendio divampato lo scorso febbraio nella fabbrica Matrix Sweaters Ltd, fornitrice di H&M: “Centinaia di lavoratori hanno rischiato di rimanere bloccati dentro la fabbrica in fiamme”. Da parte sua, la società spiega di seguire da vicino il piano di interventi di messa in sicurezza e di “riscontrare buoni progressi”.