Questa piccola storia parte qualche anno fa nella casa circondariale di Pavia (Torre del Gallo) e può essere utile a tanti, non solo al suo protagonista.

Nel gruppo di lettura ad Alta Voce, di Vivere con Lentezza, MC stava molto discosto e silenzioso, ma piano piano, acquisendo fiducia, è arrivato a recensire qualche libro per Numero Zero, il mensile del carcere. MC ha oggi 26 anni, una condanna (scontata) a poco più di 4 anni per spaccio, vive in una piccola città di provincia non distante da Milano, e una volta uscito di galera, si è messo alla ricerca di un lavoro. Il primo è stato di trainer in una palestra che purtroppo non navigava in buone acque.

Così ha trovato posto in una grande multinazionale e dopo un anno di rinnovi trimestrali, è giunta la proposta di assunzione a tempo indeterminato. Alla presentazione del casellario giudiziario, quella che un tempo veniva chiamata fedina penale, l’azienda ha però deciso di interrompere qualsiasi rapporto.

Le politiche aziendali in situazioni del genere risultano svariate così come le strategie consigliate per trovare lavoro in modo onesto.

Quasi tutti i nostri ex sono però concordi sul fatto che sia meglio non segnalare i trascorsi dietro le sbarre. La motivazione è sempre la stessa: si rischia di venire esclusi a priori.

La maggior parte delle aziende, grandi e piccole, pubbliche e private, evita queste assunzioni. Non tutte ovviamente, restano parenti, amici e qualche Onlus. In altri casi funzionano accordi locali, dove si distinguono alcuni comuni, tra cui Milano che nel 2008 ha stipulato un accordo con Amsa per favorire l’assunzione di ex detenuti dalle carceri di Bollate, San Vittore, Opera. Anche Cisco, uno dei giganti dell’Information Technology ha recentemente assunto ex detenuti, sviluppando un vero e proprio programma.

Esperte in materia, come Rosanna Santonocito de Il Sole 24 ore e Barbara Demi di Etline e associati consigliano di segnalare “con le dovute maniere” almeno in fase di colloquio la propria permanenza al “fresco”, puntando su di un rapporto di reciproca fiducia. In certe situazioni, però, se non si ha la fortuna di incontrare persone particolarmente attente e sensibili, si rischia la fine prematura del tentativo. E’ materia complessa, che andrebbe vagliata caso per caso, magari con l’aiuto del Giudice di sorveglianza. Ci sono associazioni che si impegnano a fondo su questo terreno.

Tornando a MC, sono convinto che seppur l’azienda lo abbia allontanato in base al proprio codice, si tratta di un comportamento non etico che, oltretutto, non favorisce l’integrazione nella società di un giovane ex detenuto che ha saldato il proprio debito con la giustizia.