Cosa ci rende memorabili? Certamente quello che scegliamo di fare, ma anche chi e come trasmette ciò che abbiamo deciso di comunicare al mondo.

Prima della fotografia, della tv, della rete e dei social, le forme di arte tradizionali avevano un ruolo fondamentale in questa trasmissione: per questo chi poteva pagare si faceva fare un ritratto, e per questo noi entriamo nei musei e ci soffermiamo sui volti dipinti sulle tele, capsule del tempo che restituiscono i volti e gli scorci dell’umanità prima di noi. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, in alcuni luoghi di pregio del sapere questa forma di memoria conta più del numero di like accumulati su Facebook, e contano persino le critiche sull’assenza di ritratti a persone non mainstream alle quali ispirarsi.

Accade così che alla prestigiosa Università britannica di Oxford, dopo le critiche di scarsa inclusività verso il mondo dell’attivismo femminista e lgbtqi che nel 2013 il deputato laburista David Lammy aveva lanciato all’Ateneo, ecco che si corre ai ripari.

Lammy, basandosi su dati emersi da una ricerca del Freedom of Information Act pubblicati sul Guardian, aveva affermato che gli studenti bianchi avrebbero avuto il doppio delle possibilità di essere ammessi rispetto ai loro colleghi neri e che l’assenza di riferimenti autorevoli, anche dal punto di vista ispirativo, era una mancanza grave per le donne, per le persone di colore e per chi non era eterosessuale.

Siamo assai lontani dalla suggestione di Katy Steinmetz, collega nordamericana collaboratrice di Time, che nel 2014 propose, tra le parole da ‘bannare’ anche ‘feminist’.

Ad Oxford, evidentemente, il femminismo e le lotte per i diritti civili sono cose serie: per questo, a cominciare da uno dei collegi dell’Università, sono stati subito affissi i ritratti di Amelia Gentlemangiornalista e scrittrice femminista.

Il senso di questa operazione, e l’importanza delle fonti ispirative sta tutta nella dichiarazione di Naomi Wolf, giornalista scrittrice femminista, ex studentessa ed ex consulente dell’amministrazione Clinton: “Quando camminavo per i prestigiosi corridoi e vedevo intorno a me solo ritratti di uomini bianchi appesi alle pareti mi era difficile immaginare di poter avere un posto nella storia”. Tra i nuovi ritratti ci sono quello di Libby Lane, prima vescova della Chiesa d’Inghilterra, quello di Sir Hugh Springer (1913-1995), avvocato, originario delle Barbados, Ved Mehta (nato nel 1934), scrittore indiano che perse la vista da bambino, la matematica Mary Fairfax Somerville (1780-1872), Lucy Banda Sichone (1954-1998), attivista per i diritti umani, Dame Fiona Caldicott, psichiatra, psicoterapeuta e prima donna a presiedere il Royal College of Psychiatrists.

Magari, chissà, si potrebbe esportare anche da noi questa buona pratica?