Un mese fa l’autobomba esplosa non lontano dalla zona del Gran Bazar, al passaggio di un autobus della polizia, aveva assestato un duro colpo al turismo di Istanbul e, più in generale, della Turchia. L’ennesimo, in un Paese che stava fronteggiando una crisi senza precedenti nel settore, aggravata dalle defezioni del vasto plotone dei russi, dopo l’abbattimento del jet di Mosca nello scorso autunno. I dati diffusi non molto tempo prima dal ministero del turismo erano stati pesantissimi. Ad aprile erano arrivati 1,7 milioni di stranieri, il 28% in meno rispetto a un anno prima nello stesso mese e, cosa ancor più preoccupante, il peggior dato dal 1999.  A maggio, poi, il calo degli arrivi dall’estero era stato addirittura del 34,7%, un crollo che non si vedeva dal lontano 1994.

L’attacco all’aeroporto Ataturk di Istanbul è stato molto peggio di quello del 7 giugno. E’ più sanguinoso ed è più inquietante. Il 7 giugno il bersaglio erano state le forze dell’ordine. Certo nell’esplosione erano morti anche dei civili ma la percezione, per la maggior parte della gente, non era quella di essere direttamente nel mirino. Ovviamente non ha senso fare una classifica degli attentati di questo tipo o valutarne alcuni meno pericolosi di altri. Ma l’impatto psicologico delle immagini dei terroristi che sparano a casaccio sulla folla è decisamente più forte. Inoltre un attentato all’aeroporto è un’azione che colpisce direttamente i turisti.

Non è più una questione di quale meta si sceglie una volta arrivati, non si risolve nulla optando per un albergo in un quartiere più defilato o evitando, per esempio, i luoghi più affollati. Un attacco come questo colpisce chi arriva nel Paese appena atterra (o, al limite, mentre sta per tornare a casa). Spaventa anche i turchi, è ovvio, ma terrorizza e allontana soprattutto i turisti. Un simile attentato in una situazione già difficile equivale a una pietra tombale sulla stagione estiva durante la quale chi opera nel settore sperava, forse illudendosi, di mettere una pezza a un’annata difficilissima.

L’attacco, oltretutto, non è arrivato in un giorno qualsiasi ma proprio quando la Turchia aveva siglato un accordo per riaprire i rapporti diplomatici con Israele, dopo sei anni di crisi gravissima. E soprattutto quando all’orizzonte sembrava intravedersi una possibile distensione con Mosca, dopo la lettera di Erdogan a Putin. Un segnale che pareva preludere, tra le altre cose, anche a un ritorno della foltissima pattuglia di turisti russi, le cui defezioni avevano tanto pesato negli ultimi mesi. L’attentato, in realtà, ha accelerato bruscamente la normalizzazione dei rapporti con la Russia ma è ovvio che, in questa situazione, difficilmente potrà essere il preludio ad un ritorno dei turisti russi in Turchia. E’ la strategia del terrorismo jihadista che colpisce i Paesi meta del turismo internazionale proprio per distruggere il settore. E successo in Egitto, in Tunisia e ora sta accadendo anche in Turchia.

Il calo dei visitatori a Istanbul era già visibile a occhio nudo e, dopo ogni attentato, il flusso diminuiva ulteriormente. Le code per entrare ad Aya Sofia non erano più interminabili come negli altri anni, i ristoranti nell’area di Beyoglu non erano pieni come al solito. La zona di Kariye Muzesi, l’antica chiesa di San Salvatore in Chora (trasformata in moschea e poi in museo) dove si possono ammirare alcuni dei mosaici bizantini meglio conservati della città, era una delle più desolate. Al punto che alcuni negozianti raccontavano di avere iniziato, ormai, un secondo lavoro. Sultanahmet non appariva deserta ma si vedevano pochi occidentali e, in particolar modo, un numero molto ridotto di europei rispetto al solito.

Stando agli ultimi dati, gli arrivi nel Paese dalla Germania, il gruppo più numeroso per la Turchia (oltre 5 milioni nel 2015) sono scesi del 31,5%. Dalla Gran Bretagna il calo è stato del 29,4%. La presenza di italiani a maggio ha fatto registrare una flessione del 56,2%. Eppure soltanto due anni fa la Turchia era la sesta destinazione turistica al mondo, con più di 41 milioni di visitatori. Un settore con un giro d’affari di oltre 30 miliardi di dollari. Quest’anno alcuni prevedono che si potrebbe arrivare a bruciarne anche un terzo.

Tuttavia, la Turchia sperava di potersi salvare con i turisti provenienti da altri Paesi. E, in effetti, passeggiando in molte zone della città si vedevano meno europei ma si incontravano molti cinesi e arabi, per esempio. I dati facevano segnare un flusso in crescita da Tunisia, Algeria, Libano Giordania e Bahrein ma anche da Macedonia, Bulgaria e soprattutto Georgia e Ucraina. Ora, però, nell’attentato di martedì sono morti alcuni sauditi, iracheni, tunisini, iraniani, giordani e ucraini.

Cancellare gli effetti di un simile shock non sarebbe, in realtà, impossibile e il Paese della mezzaluna è sempre riuscito a uscire anche delle situazioni più difficili nel corso della storia. La forza di reazione dei turchi si è vista anche a poche ore dall’ultimo attentato, quando, dopo aver sigillato l’aeroporto e bloccato tutti i voli in arrivo e in partenza, lo scalo a ripreso a funzionare da subito (seppure a ritmo ridotto), fin dalle 2,20 della notte. Ma per far ripartire il turismo ci vorrebbe un periodo abbastanza lungo di tranquillità. Proprio quello che manca alla Turchia da un anno circa a questa parte. Eppure non appena c’è un periodo di relativa calma i turisti sembrano pian piano tornare.

Sembra davvero una maledizione come ripete Bessim, albergatore di Kadikoy nella parte asiatica. “Ogni volta che il turismo sembra pronto a ripartire, che i clienti iniziano a riempire di nuovo i nostri hotel, voglio dire quando passano uno o due mesi senza che succeda nulla, proprio in quel momento accade qualcosa che ci fa sprofondare di nuovo. E ogni volta succede qualcosa di peggio”.