Lo ammetto. Stavolta ho esagerato. Nelle parole pronunciate, lunedì, durante la Direzione nazionale ho abusato della pazienza (e della credulità) degli iscritti al Partito. C’è del metodo tuttavia nel mio stile. Io sono convinto che la gente dimentichi. Le persone non hanno memoria, dunque posso dire che la politica ha bisogno di verità, dopo aver tradito, Dio sa quante volte, la verità. Trascrivo qualche regola per quanti – in futuro – vogliano ispirarsi alla mia filosofia.

Dunque. “Questo partito non ha bisogno di uno che pensa tutti i giorni di fare goal, la cosa più importante è il passaggio, perché io mi fido dei miei compagni. Questa è una grande comunità, parli il linguaggio della verità”.

Parole dovute, cari lettori. Basta non credere – è fondamentale – a quel che si dice. E’ l’errore di Enrico Letta. Si fidava davvero del Partito. Soprattutto di chi lo rassicurava (“Enrico-stati-sereno”). La prima regola è dunque questa: dire il contrario di quel che si pensa. Ingannare. Sempre.

La seconda regola. Non ammettere mai la sconfitta. Sorvolare. Partire all’attacco, anche quando si dovrebbero dare spiegazioni: perché si è perso a Torino e Roma? Perché il partito perde voti nelle periferie? Al massimo – non dimenticatelo – si può concedere qualcosa: nonostante Fassino abbia amministrato bene è emersa la volontà di cambiamento.

La terza regola è la più sofisticata, l’ho appresa da Derrida: “E’ possibile anche dire il falso… senza mentire”. L’ho fatta mia citando Napolitano: “Imperdonabile la mancata riforma della legge elettorale, non meno perdonabile la mancanza di riforme della seconda parte della Costituzione”. Ho aggiunto: “Eravate voi ad applaudire, io ero a palazzo Vecchio”. Il sofisma, qui, sta nel richiamare fatti reali, piegandoli a un’interpretazione di comodo. Conosco l’obiezione: Napolitano è stato applaudito nel passaggio sulla riforma, ciò non significa che qualsiasi riforma vada applaudita. Si può rifiutare la nuova Costituzione anche se piace tanto al Presidente emerito. Vero. Ma si tratta, cari lettori, di sottili distinguo. Roba da intellettuali. Io mi rivolgo alle masse. Da qui l’altra regola: semplificare, parlare per slogan, costruire frasi ad effetto (“Con la riforma si passa dalla democrazia dei veti alla democrazia dei voti”). Fumo negli occhi. L’importante è il risultato: con-vincere.

Il mio testo potrà/dovrà essere studiato per comprendere l’essenza del renzismo. Retorica, sui connazionali uccisi a Dacca: “Dobbiamo avere la forza e il coraggio di non abituarci al dolore”; e ricatto: “Non c’è garanzia per nessuno in questo partito, finché sono segretario”. Retorica e ricatto. E la certezza che gli elettori dimentichino e sia facile, attraverso la finzione, ingannarli. Non è vera la frase della Appendino sul taglio di 3mila dipendenti? Intanto l’ho detta: molti abboccheranno. Crederanno (anche) che non abbia abbandonato i temi sociali della sinistra, che non stia con Confindustria, che non privilegi le banche, crederanno all’inganno sulla frase di Casaleggio. Il mio testo base è L’elogio della follia. Erasmo è un maestro: “L’animo umano, infine, è fatto in modo tale che la finzione lo domina molto più della verità.” Lo ammetto: con questi leader della minoranza Pd dormo sonni tranquilli; Marchionne l’adoro; Scalfari non l’ascolto. Quanto sopra, a futura memoria: nelle pagine del diario amo mettermi a nudo. Al di là di ogni maschera.

* Dalle carte segrete del Presidente del Consiglio Matteo Renzi