Il ramo salute “finalmente si muove”, ma “in maniera ancora del tutto insufficiente”. Ora “è tempo di pensare insieme, tutte le forze in gioco, a un sistema pubblico-privato che si faccia carico del bisogno crescente dei cittadini: abbiamo letto di molti che hanno dovuto ritardare o rinunciare alle cure, se avessero scoperto il valore delle assicurazioni non si sarebbero trovati in quella situazione”. A un mese dalla presentazione del rapporto sull’accesso degli italiani alle cure mediche commissionato al Censis dalla compagnia Rbm, la lobby delle compagnie assicurative torna alla carica sulla necessità di far crescere il cosiddetto “secondo pilastro” o sanità integrativa. Cioè convincere gli italiani che senza una polizza pagata di tasca propria sarà sempre più difficile avere accesso a prestazioni specialistiche e accertamenti clinici.

A tornare sull’argomento è stata la presidente dell’associazione nazionale tra le imprese assicuratrici (AniaMaria Bianca Farina, in occasione della presentazione del rapporto annuale. “Il 2015 per le assicurazioni è andato bene, abbiamo incassato 145 miliardi di premi ma cosa ancora più importante abbiamo erogato prestazioni agli assicurati tra i rami vita e danni per 150 miliardi: il 9% per del nostro pil”, ha esordito Farina. Ma non si arresta il calo dei proventi dall’Rc auto, tradizionale gallina dalle uova d’oro per le compagnie: lo scorso anno i premi raccolti da tutte quelle che operano in Italia attraverso le polizze sottoscritte dagli automobilisti sono ammontati a 15 miliardi di euro, il 6,5% in meno rispetto al 2014. Secondo Farina “il prezzo medio della polizza, pari a 439 euro nell’ultimo trimestre del 2015, è diminuito di quasi il 20% rispetto a tre anni fa”, ma il Codacons ha contestato il dato facendo notare che “mentre si assottiglia la differenza tra i costi delle polizze italiane e costi medi dell’rc auto nei principali paesi europei, continua a rimanere enorme il divario tariffario tra nord e sud Italia: gli assicurati residenti in regioni come Campania, Puglia e Calabria proseguono ad essere tartassati, nonostante la diminuzione dei sinistri e delle truffe, le nuove norme sul colpo di frusta e l’installazione della scatola nera“. Per assicurare una automobile “a Napoli si spende mediamente poco più di 1.000 euro, ma si possono raggiungere anche i 2.800 euro, in Valle D’Aosta bastano 310 euro, e circa 360 euro è il costo medio dell’rc auto in Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia”.

Resta il fatto che per le compagnie i ricavi calano. Di qui l’urgenza di diversificare. “Non siamo più solo auto. Non lo siamo mai stati”, ha detto non a caso Farina. “E’ necessario che il mondo si renda conto del valore della copertura assicurativa e mai come in questo momento le sfide che il Paese ha davanti presuppongono proprio l’intervento di questo strumento che è il migliore per proteggere i cittadini e il Paese da tanti cambiamenti e da tanti bisogni emergenti“. Come quelli legati alle “calamità naturali“: l’Italia, ha ricordato la numero uno di Poste Vita, “non ha ancora un sistema pubblico-privato per la gestione del rischio catastrofale, in particolare per le abitazioni”, per cui è stato finora “sostanzialmente il settore pubblico a coprire i grandi danni avvenuti nel Paese, danni che ammontano ogni anno, in media, a circa 3 miliardi di euro”. Di conseguenza “sarà una priorità delle imprese e quindi dell’Ania contribuire al disegno e alla realizzazione di un modello sostenibile che, come accade nel resto del mondo, metta il nostro Paese in sicurezza e si faccia carico degli ormai indilazionabili interventi di prevenzione”.

E poi, appunto, c’è il ramo salute. “Occorre fare in modo che tutti abbiano la possibilità di essere più tutelati, più protetti di fronte a un insieme di rischi che è in costante evoluzione”, si legge nella relazione. “In caso contrario, il divario tra l’entità dei danni economici e le risorse disponibili per farvi fronte è destinato ad ampliarsi, con effetti negativi sulla stabilità economica e sulla coesione sociale. L’assicurazione è lo strumento che può colmare questo divario, ancor più in Italia, ove la diffusione delle soluzioni di protezione e di welfare è decisamente inferiore rispetto alla media europea”.