“Quando la ristorazione diventa magia, in una delle location più belle di Palermo”. Così presenta, nella home del sito, il suo ristorante Nicola Giunta lo chef “messaggero del gusto, sostenitore e divulgatore della cucina siciliana e italiana”. Il suo ristorante è affacciato direttamente sull’Area archeologica e monumentale di Castello a Mare. Tutt’altro che una trascurabile parte della storia della città.

All’interno dell’area recintata, tra via Filippo Patti e e via Francesco Crispi, ci sono i resti del complesso fortificato realizzato nel XII secolo all’imboccatura dell’antico porto della Cala, con il “Bastione di S. Pietro” all’angolo ovest della cinta muraria del XV secolo e la “Porta Aragonese”. Ma ci sono anche i resti di una importante necropoli di età musulmana, riportati alla luce dalle indagini archeologiche avviate a partire del 2006, insieme a interventi di restauro.

Sembrava l’inizio di un nuovo corso. Non è andata così. Dopo un alternarsi di aperture e chiusure il 30 giugno il sito ha riaperto i battenti. “La Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali di Palermo superando anche le difficoltà create dalla esiguità di risorse, ha ultimato il lavoro di manutenzione e messa in sicurezza”, ha dichiarato la Soprintendente Maria Elena Volpes. Ma in realtà l’accesso era già possibile. Non per visitare l’area archeologica ma per assistere almeno ad alcuni eventi. L’11 marzo al One Night, l’1 giugno al Musica e legalità con l’Unlocked Music Festival 2016 e il dj Robert Hardwell. Musica soprattutto, quindi. Protagonista anche nell’estate che verrà. Con David Guetta il 9 luglio, i Tiromancino il 31 luglio, I migliori anni con Amici il 5 agosto.

Non è novità per il complesso monumentale. Già negli scorsi anni il cartellone ha previsto spesso eventi musicali. Insomma, era chiuso, ma anche aperto. Restituito quasi sempre in coincidenza con l’avvio della stagione degli spettacoli e dei concerti all’aperto, lasciato in sostanziale abbandono nel resto dell’anno. Come accaduto nel 2014, quando l’area esterna al complesso monumentale era costellata di rifiuti mentre l’interno delle strutture era diventato il riparo tutt’altro che occasionale dei clochard. Allora era scaduta la convenzione tra la Soprintendenza e l’Azienda Foreste per la manutenzione. Come si verificava ancora ad aprile, con l’area, utilizzata dalle prostitute, invasa da ogni genere di immondizia. Una condizione che l’utilizzo per eventi dell’area contribuisce ad aggravare.

Un video dello chef Giunta, postato su Facebook documenta quel che accade nelle notti d’estate nell’area archeologica. Ci sono i gazebo nei quali è possibile acquistare cibo e bevande. Poi c’è la discoteca con la musica a volume impossibile. Fino a tarda notte. Ci sono le macchine degli avventori parcheggiate. Un autentico scempio. Regolarmente autorizzato da Comune e Soprintendenza. Un vero peccato che l’area, finalmente riaperta alle visite e dotata di apposite segnaletiche in legno realizzate da alcuni ragazzi dell’Istituto penale Malaspina, nell’ambito del progetto “Fatti un giro bellezza. Museo senza barriere”, promosso dall’Assessorato regionale ai Beni culturali, la Soprintendenza e Icom Italia, l’International Council of museum, sia stata virtualmente derubricata a location. Uno spazio suggestivo nel quale ambientare eventi.

Ambiziosamente la chiamano “valorizzazione”. Forse lo è, per certi versi. Anche se essa sembra deliberatamente ignorare il necessario decoro del complesso. Si fa così da anni. Come se l’utilizzo non potesse che comportare la sua mortificazione. Insomma il problema non sono neppure la discoteca e i gazebo, le macchine e le prostitute. Anche perché dopo tante segnalazioni tutto è magicamente scomparso. Questo è solo l’esito naturale di politiche culturali fallimentari. Di un’idea confusa della gestione del patrimonio storico-artistico-archeologico. Al parco archeologico del Castello a mare, a Palermo, come altrove in Sicilia. Tra il 1922 e il 1923 il complesso, con autorizzazione statale, fu in gran parte abbattuto per lasciare maggior spazio alle nuove strutture portuali. Una decisione ferocemente contrastata anche dall’allora Soprintendenza. Da decenni l’opera di distruzione, lenta ma progressiva, sembra essere ripresa. Con il contributo di molti.