Un titolo, 8.000 chilometri, che rappresenta all’incirca la lunghezza del perimetro dell’Italia, isole comprese, ma anche la distanza che la band torinese Mau Mau ha percorso in lungo e in largo nel Belpaese, cantando di briganti e di talenti, di popoli in cammino e utopie, con echi di tarantella e musica folk. Nel tempo, Luca Morino e Fabio Barovero, che insieme formano l’asse portante della band, hanno portato la loro carovana musicale un po’ ovunque, calcando i più importanti palchi italiani e partecipando ai più prestigiosi festival internazionali, esibendosi in Paesi lontani come Iraq, Brasile e Giappone. “Ogni disco dei Mau Mau è ispirato dai viaggi che abbiamo compiuto nel mondo, ma da buoni piemontesi abbiamo mantenuto salde le nostre radici – racconta Luca Morino, il frontman della band –. Con 8000 Km abbiamo raccolto le esperienze vissute in giro per l’Italia e ne raccontiamo le tante problematiche e contraddizioni che storicamente si trascina, ma allo stesso tempo ne esaltiamo la bellezza che presenta in ogni suo angolo e  scorcio.

Che Italia è quella che emerge dal nuovo disco?
È un’Italia che assomiglia sempre più al mondo globalizzato, in cui il singolo è stato portato a un esasperante eccesso di protagonismo. Probabilmente, cent’anni fa, anche i nostri trisnonni avrebbero detto la stessa cosa. Ogni epoca ha quel momento di riflessione dove uno si guarda indietro, analizza il presente e si proietta in avanti. Sicuramente la Rete e le moderne tecnologie hanno favorito l’edonismo, questo autoreferenzialismo che toglie spazio alla riflessione, al cercare di capire chi sei.

Un edonismo che è facile riscontrare anche in politica.
Il risultato di quello che è attualmente il paese non è solo l’effetto dei governi Renzi o Berlusconi, ma è frutto dello sbandamento della sinistra che non è riuscita a prendere una direzione chiara, univoca, che ne ha causato la disfatta sia nella sostanza sia nell’apparenza. Oggi l’Italia è guidata da soggetti che in teoria portano avanti certi ideali, ma nei fatti non è così. Ad esempio il referendum che si terrà in ottobre è diventato una consacrazione o meno di chi ci sta governando e assume connotati politici che non dovrebbe avere. Per fare passi avanti in questo Paese bisogna affrontare i problemi storici che lo attanagliano e che da sempre rimangono irrisolti.

In 8000 km affrontate molte tematiche.
Il disco è aperto dal brano I Briganti: il motivo è che ci interessava affrontare il tema dell’Unità del nostro Paese, e capire come un popolo decisamente frammentato come il nostro a un certo punto si sia ritrovato a vivere sotto la stessa bandiera, con modalità che non coincidono con quelle che ci raccontano sui libri di storia.  Si racconta dell’esercito sabaudo che alla fine dell’800 batteva boschi e campagne del sud alla ricerca dei ribelli come Michelina Di Cesare, citata nel pezzo, è uno dei primi esempi mediaticamente fruibili della storia dell’Unità di Italia.  In Internet si trovano le foto di lei massacrata ed esposta nella piazza del paese in cui venne catturata con gli abiti tradizionali.  Immagini rare, che ci hanno molto colpito.

Nel brano Con chi fugge invece  parlate di migranti.
Il tema dei migranti lo affrontiamo in due brani, storicamente è un argomento a noi sempre caro: anni fa c’era la Lega che spingeva per mettere le barriere, che tendeva a rimarcare le differenze tra noi e loro, i diversi. Oggi è una cosa generalizzata.

Con l’Isola delle Rose – da cui Walter Veltroni trasse un libro –  affrontate il tema dell’utopia.
L’Isola delle Rose è vero è stata un’utopia, oltreché oggetto delle attenzioni di Veltroni, ma non volevamo parlare propriamente dell’idea bislacca di questo ingegnere destroide  che decise di fondare una repubblica nel bel mezzo del mar Adriatico, e che dopo un mese le autorità la fecero affondare.  Volevamo piuttosto sottolineare che c’è chi costruisce falsi miti e utopie per far in modo che la nostra attenzione si concentri su altro anziché sulle cose fondamentali.

Musicalmente, invece, cosa rimane della curiosità che vi ha portato a esplorare tradizioni e stili di Paesi lontani geograficamente e culturalmente?
Sicuramente ci sono delle cose che essendosi svelate hanno perso quella componente di fascinazione, come ad esempio la musica nordafricana: quando agli inizi degli anni 90 andammo a suonare per la prima volta in Algeria fummo molto colpiti dal loro modo di cantare, di tenere il ritmo e ne abbiamo subito le influenze. Essendo cose già vissute, oggi ci interessa di più il passaggio successivo capire come il sound dei Mau Mau si evolva, senza mai guardarsi indietro, tenendo i piedi ben piantati nella contemporaneità.

Quale è la principale differenza fra i Mau Mau di ieri e quelli di oggi?
Mi vengono in mente due differenze: la prima è che oggi siamo molto più bravi musicalmente, sia nel modo di cantare e di suonare, sia nel modo di scrivere e  registrare. Da questo punto di vista non c’è confronto. L’altra è che siamo molto più consapevoli di certe dinamiche, ci stupiamo di meno, ma è una inevitabile conseguenza di quando fai da anni un lavoro. Con 8000 km, per esempio, per la prima volta possiamo eseguire dal vivo tutti i brani dell’album, visto che in passati non era stato possibile perché troppo preparati in studio e non avevano sul palco la stessa resa.

A quale album dei Mau Mau, 8000 km assomiglia di più?
È Eldorado l’album  che avevo in mente mentre registravamo 8000 km. Un disco molto intenso sia a livello di testi che di musica, molto omogeneo. Per 8000 km ho scritto testi a cui ho associato immagini e non vedo l’ora di trovare il modo di tradurle in realtà. Perché c’è un ricco immaginario da esplorare: flussi di fotogrammi che sono il valore aggiunto potenziale di questo album. Mai come in questo momento abbiamo avuto il bisogno di vedere la nostra musica oltreché di ascoltarla.

Che posizione avete nei confronti dello streaming, della musica digitale e dei nuovi metodi di fruizione?
Qualche giorno fa leggevo una dichiarazione di Gene Simmons dei Kiss. Diceva che in questo momento fare musica è diventato un lusso. Se ci pensi bene, sembra una banalità, ma il sistema che tritura tutto fa sì che il contenuto sia trasformato in un orpello, e il contenitore nell’oggetto del desiderio. Non c’è niente di nuovo,  visto che il musicista lo vive sulla propria pelle quotidianamente. Siamo stati tutti indottrinati affinché sia legittimo pensare di spendere 800 euro per comprare un cellulare che contenga tutta la musica del mondo, però non siamo disposti a spendere un euro per quella musica.

Il contenitore è diventato l’obiettivo. C’è chi in passato ha affermato che i nuovi Beatles oggi sarebbero gli iPod…
Le case discografiche, che ormai stanno scomparendo, cercano la formula per far funzionare meglio l’ultimo prodotto lanciato, l’artista è lo strumento per far lavorare meglio la piattaforma o il device. Questo sistema ha decretato l’impoverimento dei contenuti e lo vedi ascoltando la musica che gira oggi. Una volta c’erano le classifiche, ora i parametri sono le visualizzazioni. Questo riduce il senso critico del fruitore e incanala molto di più i dogmi del momento e purtroppo anche politicamente il Paese da questo punto di vista è scarso.