La denuncia alla giustizia francese era arrivata nel febbraio 2014 da Sherpa, una Ong a Parigi molto attiva contro i politici africani e di altre parti del mondo, sospettati di corruzione a scapito dei loro Paesi. E divenuti miracolosamente proprietari nella ville lumière di interi palazzi nei quartieri più lussuosi. Sì, era capitato anche con Rifaat al-Assad, già vicepresidente siriano, fratello minore di Hafiz al-Assad, che fu padre-padrone di Damasco dal 1971 al 2000, e zio di Bashar, l’attuale dittatore. Sherpa aveva denunciato anche lui, quel misterioso esponente del clan degli al-Assad. Ma in pochi speravano che contro Rifaat alla fine sarebbe stato innescato un procedimento. E invece da pochi giorni è ormai formalmente indagato.

È il giudice Renaud Van Ruymbeke, uno degli assi anti-corruzione della magistratura transalpina, a occuparsi di lui. Rifa’at è stato incriminato per corruzione, frode fiscale e riciclaggio di denaro, che sarebbe arrivato in diretta dalla Siria: anzi, dalle casse pubbliche del suo Paese. Il risultato? Secondo la magistratura francese, un patrimonio immobiliare di 90 milioni di euro: una serie di beni intestati a lui direttamente o a familiari (quattro sono le mogli e una decina i figli) e spesso gestiti mediante società lussemburghesi o panamensi. Si tratta di un castello e di un centro di allevamento di purosangue a breve distanza da Parigi, nella Val-d’Ois,e e poi un palazzo d’epoca in avenue Foch, una delle più care della città, con ampia piscina sotterranea. E altri edifici e appartamenti di pregio.

Ma chi è Rifaat? Ha 78 anni. Già da giovane aderì al partito Ba’th, al pari del fratello Hafiz. Dopo l’ascesa al potere di quest’ultimo, assunse subito un ruolo importante ai vertici della Siria, sebbene economicamente fosse critico della spinta socialista impressa dal fratello al regime e sul piano internazionale diffidasse anche dell’alleanza con il blocco sovietico. A Damasco lo chiamavano “la voce dell’America“. Divenne, comunque, il responsabile della sicurezza interna. Sarebbe stato lui a essere inviato nel 1982 della città di Hama per reprimere nel sangue le proteste scatenate dai Fratelli musulmani: non è chiaro quante persone furono uccise, le stime oscillano dalle 10mila alle 40mila vittime. Rifaat ha rigettato le accuse, affermando di non esserci neanche stato ad Hama in quell’occasione. Ma su di lui ha sempre gravato il dubbio. Nel 1984 tentò un colpo di Stato contro il fratello e dovette poi abbandonare la Siria. Fu accolto a braccia aperte (decorato anche con la Legione d’onore) da François Mitterrand. Da allora ha vissuto in esilio, ma con qualche ritorno puntuale in patria, mantenendo rapporti ambigui con il suo clan familiare. Negli ultimi anni, quando ha provato a presentarsi come un’alternativa a Bashar, gran parte dell’opposizione si è rifiutata di prenderlo sul serio. Rifaat è da sempre personaggio sfuggente.

In ogni caso, come ha potuto mettere insieme un patrimonio immobiliare (e solo in Francia) di 90 milioni di euro? Interrogato dai magistrati, aveva detto che tutto era cominciato dai fondi forniti dal principe ereditario (poi diventato re dell’Arabia Saudita dal 2005 al 2015) Abd Allah, suo amico. Ma ha presentato solo la prova di una donazione di dieci milioni di dollari effettuata da Abd Allah nel 1984. “La cifra è incomparabile al patrimonio attuale e al tenore di vita sostenuto da Rifaat al-Assad – sottolinea una fonte vicina all’inchiesta -, che si possono spiegare solo con risorse occulte molto importanti”. Queste, secondo gli inquirenti, arriverebbero da una grossa cifra concessa dal fratello Hafiz a Rifaat  nel 1984 (forse 300 milioni di dollari) per sbarazzarsi definitivamente di lui. E da altri fondi sottratti sempre illegalmente alle casse pubbliche del proprio Paese.

Oggi Rifaat vive tra Parigi, Londra e Marbella. Ma pochi giorni fa, dopo averlo incriminato, la magistratura francese gli ha intimato di non lasciare più il territorio del Paese, ad eccezione di eventuali spostamenti in Gran Bretagna per sottoporsi a cure mediche particolari. Lui, all’ultimo interrogatorio, sarebbe rimasto muto, rifiutando di rispondere a qualsiasi domanda. Ma la macchina della giustizia è ormai avviata. Per una volta nella sua vita (e per l’ostinazione di una Ong e di un giudice) Rifaat si sta ritrovando con le spalle al muro.