L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea pone, tra i tanti, anche il problema della lingua ufficiale. Ormai è invalso nelle istituzione europee l’uso pressoché generalizzato della lingua inglese, sia perché più diffusa e parlata, che per la sua maggiore facilità rispetto ad altre.

I vantaggi sono stati indubbi ed ulteriori: si pensi al solo fatto che nell’ottica della globalizzazione tale scelta ha agevolato anche i rapporti (linguistici e non) con Stati Uniti d’America, Australia e quasi tutto il resto del mondo. A cascata l’inglese è diventato la lingua più studiata nelle scuole, soppiantando il francese, molto studiato nell’immediato dopoguerra e ancora molto apprezzato in ambienti diplomatici.

Ma, quid dopo l’uscita della Gran Bretagna? Potrà restare tutto come prima. Ragioni di opportunità spingerebbero a mantenere ferma la prassi dell’uso prevalente della lingua inglese. Tuttavia si pongono problemi giuridici che non sembrano facilmente risolvibili: nessun altro paese dell’Ue ha indicato l’inglese come lingua ufficiale e i trattati Ue impongono l’uso delle sole lingue dei paesi aderenti. Si corre quindi il rischio di non poter più usare l’inglese come lingua nelle comunicazioni ufficiali, rispetto alle quali la più “ufficiale” è senza dubbio il francese.

Ma… perché non cercare di rilanciare la lingua italiana nel mondo, dato che gran parte dell’Europa parla lingue di derivazione latina e considerato che l’italiano ne costituisce la sua più diretta ed immediata derivazione, magari facendo leva proprio su quella eleganza e “stilosità” che ha reso famoso il nostro Paese in moltissimi altri campi di eccellenza?