Dialogo o epurazione? Nel Pd questo è il problema. È passato meno di un mese da quando, prima dei ballottaggi, il premier Matteo Renzi annunciava che non ci sarebbero state espulsioni nei confronti degli ‘infedeli’ che avevano sostenuto altre liste. “Noi nel partito ci entreremo con il lanciafiamme subito dopo i ballottaggi” ha detto qualche settimana fa. Eppure, nonostante il linguaggio bellico, il segretario del Pd è stato chiaro: “Espulsioni? Nessuna espulsione, quelle le fanno gli altri”. Chiaro il riferimento al Movimento 5 Stelle. Poi i cittadini sono andati alle urne. I risultati sono ormai cronaca. E anche le dichiarazioni post-voto: “Ci si apra di più al territorio, alle riflessioni e alle critiche dei cittadini, ai suggerimenti degli amministratori locali e dei circoli” ha detto Renzi dopo le amministrative. In sintesi: niente epurazioni e più dialogo.

Eppure, nonostante le dichiarazioni d’intenti del premier, in tutta Italia continuano le espulsioni. L’ultimo caso riguarda la provincia di Brindisi, dove la commissione provinciale di garanzia del Pd ha cancellato tredici nomi dall’anagrafe degli iscritti, dieci nel capoluogo e altri tre a Fasano. Tutti rei di aver appoggiato liste “nemiche”. E poi ci sono altri casi, tra cui quelli di Caserta e Gorizia. Tutto “a norma di statuto“, per carità. Che, infatti, recita: “Gli iscritti che, al termine delle procedure per la selezione delle candidature, si sono candidati in liste alternative al Pd, o comunque non autorizzate dal Pd, sono esclusi e non più registrabili, per l’anno in corso e per quello successivo, all’Anagrafe degli iscritti”. Ma questa volta colpisce che quanto accade a livello territoriale non corrisponde a quanto annunciato da Renzi solo poche settimane fa. Di vero è rimasto il lanciafiamme.

L’EPURAZIONE DI BRINDISI E PROVINCIA: FUORI IN TREDICI – A Brindisi la commissione provinciale di garanzia del Pd guidata da Sandra Antonica ha cancellato dall’anagrafe degli iscritti il notaio Michele Errico, ex sindaco ed ex presidente della Provincia, tessera numero uno del partito di Renzi in salsa brindisina, ma anche altri volti noti e meno noti della politica locale accusati di aver appoggiato la coalizione che ha sostenuto la candidata Angela Carluccio, poi diventata sindaco. Nella lista nera degli infedeli ci sono Salvatore Brigante, Luciano Loiacono, Umberto Ribezzi, Enrico Latini, Antonio Monetti, Marika Rollo, Raffaele Mauro, Vito Camassa, Achille Azzarito. Tra questi nomi anche papabili assessori.

Alle urne Angela Carluccio ha sconfitto così il candidato Nando Marino, scelto dal Partito Democratico e dal presidente della Regione Puglia Michele Emiliano. La storica alleanza del governatore con l’ex presidente della Provincia non ha impedito a Michele Errico di sostenere Angela Carluccio con un ruolo di “garante della legalità” durante la campagna elettorale, ma non ha fermato neppure Emiliano quando si è trattato di mettere alla porta il notaio. A Fasano sono stati espulsi altri tre infedeli che hanno sostenuto liste alternative al Pd: Loredana Legrottaglie, Vittorio Fanelli e Sante Livrano che, violando le norme dello statuto del partito, hanno sostenuto nell’ultima tornata elettorale il candidato sindaco Giacomo Rosato e non Francesco Zaccaria, espressione del dem.

I PRECEDENTI STORICI – Non si tratta dei primi cartellini rossi della storia, questo è certo. Solo nel Pd sono centinaia. Basta fare un tuffo nel passato, quando a Bologna il Pd di Pier Luigi Bersani presentò il benservito a quanti tra gli iscritti avevano sostenuto la candidatura di Gianfranco Pasquino (poi vinse Flavio Delbono). E basta ricordare che perfino i sostenitori di Renzi (non ancora premier) sono stati espulsi. Anche la Lega nell’era di Umberto Bossi ha fatto la sua parte. Dunque non solo i Grillini ricorrono alle epurazioni.

DA CASERTA A GORIZIA – Quanto sta accadendo in queste settimane ne è la prova. A fine giugno in provincia di Caserta il commissario provinciale del Pd Franco Mirabelli ha espulso per tre anni Dario Abbate e Giuseppe Fattopace, esponenti del partito a Marcianise e Capodrise. In provincia di Pescara, invece, la commissione di garanzia regionale ha chiesto di revocare la tessera del partito al vice sindaco di Pianella Antonio Faieta, al presidente del consiglio comunale Alessandro Minetti e al vice Marco Pozzi. Provvedimento poi messo in stand by. Vendetta servita anche in provincia di Gorizia. Quattro i ribelli di Grado che hanno corso alle amministrative (poi vinte da Dario Raugna) sotto altri simboli, nonostante la tessera dem in tasca. Fuori Giorgio Marin, Elisabetta Medeot, Antonio Orlandini e Loris Sodomaco.

Ma non è finita qui. Sospensione di tre mesi per Enrico Gherghetta, presidente della Provincia (a fine mandato), colpevole di aver prima spinto invano per le primarie e poi di aver appoggiato Elisabetta Medeot nel tentativo di scalata al municipio con la lista Grassie Gravo. Per Gherghetta la sospensione cade in un periodo che non poteva essere peggiore, con Monfalcone e Ronchi chiamate ai seggi in autunno. Sospeso per un mese Francesco Pisapia, capogruppo dem a Ronchi dei Legionari, ritenuto colpevole di una comparsata durante la presentazione della candidatura di Riccardo Zandomeni, eletto poi sindaco di San Pier d’Isonzo battendo Franco Cristin, sostenuto dal Pd. Sospensione di tre mesi anche per Emanuele Oriti, che però non si era candidato. Altre le richieste di epurazione in corso, ma finora non ancora nero su bianco.