In Italia il crowdfunding, letteralmente finanziamento delle folle, rimane per ora una bella idea che fatica a prendere forma. I numeri, certo, sono in crescita ma rimangono molto modesti. I numeri oscillano tra i 50 e i 60 milioni di euro l’anno. Di cui pochissimo va alle onlus, che potrebbero trarre molto vantaggio da questa modalità di raccolta: le donazioni a progetti benefici valgono tra 1,5 e 5 milioni di euro. Gli addetti ai lavori spiegano che le imprese sociali fanno fatica a organizzarsi e hanno scarsa dimestichezza con lo strumento, trovando difficoltà a svincolarsi dal modello dei “soliti bandi“.

L’idea del crowdfunding è antichissima: di fatto si tratta di una colletta declinata in chiave moderna utilizzando le potenzialità di internet. In teoria questo significa la possibilità di rivolgersi a una platea globale di piccoli o grandi potenziali donatori. Nella pratica però le cose vanno un poco diversamente. Tecnicamente si distinguono quattro tipi di crowdfunding: donation based (donazioni), reward (ricompensa), equity based e social lending (prestito). I primi due sono semplici donazioni per una buona causa senza nulla in cambio o, nel secondo caso, ricevendo menzioni, ringraziamenti, biglietti omaggio etc. L’equity based è invece il finanziamento condiviso, pensato per start up e piccole imprese, e regolamentato da un’apposita normativa Consob. Non una donazione quindi ma la partecipazione di tanti “micro soci” in una nuova impresa nella speranza di veder remunerato il proprio investimento. Si tratta della versione di crowdfunding con maggiori potenzialità che però in Italia fatica a prendere piede. Il social lending è infine un prestito tra soggetti privati, un’alternativa al classico ricorso a banche e finanziarie. Oltre il 70% del giro d’affari del settore riguarda questa forma di crowdfunding. Come rileva uno studio della fondazione Fitzcarraldo attualmente sono operativi 3 portali dedicati specificatamente a questo tipo di raccolta, sono sottoposti alla vigilanza di Banca d’Italia e in alcuni casi con grandi gruppi bancari alle spalle.

Molto più modeste le cifre sulle donazioni a progetti benefici. Ci si ferma a circa 1,5 milioni di euro che diventano circa 5 se si includono i modelli “reward”. Va detto che in queste cifre non rientrano le raccolte delle grandi organizzazioni del terzo settore che raccolgono fondi online direttamente dai propri siti, attuando da sempre una sorta di crowdfunding personalizzato. Per le onlus più piccole rimane la strada della piattaforma su cui proporre il singolo progetto e da poco si è aperta anche la strada dell’equity based.

Fausto Napolitano di Impresatre, società di consulenza strategica e comunicativa per il terzo settore, fissa però alcuni paletti. “Utilizzare il canale del crowdfunding ha una duplice finalità, ovviamente la raccolta di fondi ma anche l’aumento della visibilità della onlus considerando che le società che partecipano all’iniziativa spesso pubblicizzano poi il loro sostegno”. Al momento in Italia sono operativi due portali specificamente dedicati al terzo settore. Come spiega Napolitano l’accesso alle piattaforme di crowdfunding deve essere attentamente pianificato. “Se di punto in bianco metto il mio progetto sul portale non succede praticamente nulla. E’ indispensabile che a monte ci sia una preventiva campagna per informare e attivare la platea potenziali sostenitori. Attraverso social network, contatti diretti, coinvolgimento di associazioni eccetera. A quel punto e se il progetto è buono la campagna di crowdfunding può avere successo”.

Non va dimenticato che si calcola che amici e follower diventino poi donatori effettivi solo nel 5-10% dei casi. E’ importante quindi creare una massa critica di potenziali sostenitori che sia in grado di tramutarsi in un sostegno finanziario di un certo peso. Nel 91% dei casi l’ammontare dei soldi raccolti dai singoli progetti oscilla tra i mille e i 10mila euro. “Le piccole onlus”, aggiunge Napolitano, “faticano ad organizzarsi in questo modo. C’è una scarsa dimestichezza con forme di finanziamento che non siano i soliti bandi dovuta anche all’età media non bassissima del personale di queste associazioni. A determinate condizioni il crowdfunding può invece diventare un’opportunità interessante”.

La riforma del terzo settore approvata dal Parlamento lo scorso maggio ha esteso alle imprese sociali possibilità di accedere al mercato di capitali di rischio tramite piattaforme on line, sul modello di quanto già accade per le start up. Qui però non si tratta di semplici donazioni ma di investimenti veri e propri con l’obiettivo di remunerazione dell’investimento. A fine 2015 in Italia erano attivi 19 portali autorizzati a questo tipo di raccolta fondi (ma nulla vieta ad una start up italiana di appoggiarsi ad una piattaforma straniera) che hanno veicolato complessivamente 3,4 milioni di euro.

Cifre modeste ma, stando ai dati della Commissione Ue, a livello di intera Unione questa forma di finanziamento vale più di 4 miliardi di euro che diventano 15 miliardi su scala globale con gli Usa a fare la parte del leone (circa 9 miliardi). Le piattaforme attraverso cui transitano i finanziamenti europei sono circa 500 di cui 143 in Inghilterra, 77 in Francia, 65 in Germania e, appunto, una ventina nel nostro paese. Eppure l’Italia avrebbe molto da guadagnare dallo sviluppo di forme di finanziamento alternative a quelle bancarie. Il nostro paese è stato il primo in Europa a dotarsi di una normativa ad hoc sull’esempio degli Stati Uniti. Nel 2012 la Consob ha emanato un apposito regolamento per investire in start up attraverso piattaforme di crowdfunding.

L’Autorità di vigilanza dei mercati è stata attenta nello specificare che investire in start up comporta rischi molto elevati e chi lo fa deve mettere in conto non solo la speranza di grandi guadagni ma anche la possibilità di perdere tutto. Riccardo Donadon, amministratore delegato dell’incubatore di start up H-farm che ha collaborato alla messa a punto di un quadro normativo per il settore, ritiene però che la prima versione del regolamento Consob datata 2012 abbia avuto un approccio eccessivamente restrittivo tarpando di fatto le ali a questa forma di finanziamento. Nella sua prima formulazione il regolamento risulta complesso e sono troppi i requisiti richiesti a chi vuole creare un portale. Inoltre se si investono più 500 euro, anche suddivisi in più progetti, scattano tutti gli adempimenti per l’applicazione della direttiva Mifid sui servizi di investimento. Tradotto in pratica significa la necessità di recarsi fisicamente in banca, aprire un conto e delineare il proprio profilo di investitore in base al questionario previsto dalla direttiva.

Le cose dovrebbero però cambiare a breve. “La Consob”, spiega Marco Bicocchi Picchi, presidente di Italia Startup, “ha varato poche settimane fa una nuova versione del regolamento che semplifica gli adempimenti per chi vuole investire. Per adesso ancora nessuna piattaforma opera con le nuove regole poiché una volta sottoposta la richiesta all’Autorità quest’ultima ha 60 giorni di tempo per valutarla e approvarla. Cambiamenti concreti si inizieranno quindi a vedere dopo l’estate” . La principale novità riguarda la possibilità di adempiere on line agli obblighi Mifid compilando un questionario semplificato che dimostri la consapevolezza dell’investitore dei rischi che si assume. Viene meno quindi l’obbligo del passaggio in banca. “In Italia l’equity crowfunding”, continua Bicocchi Picchi, “è riservato a start up e Pmi innovative. Due forme di investimento molto rischiose, e questo non agevola uno sviluppo di questo tipo di finanziamento. In Inghilterra, dove il fenomeno è molto più esteso, si è riusciti a far crescere il crowdfunding grazie anche ad agevolazioni fiscali e all’ampliamento della platea dei soggetti che possono utilizzare questo canale”.