Un giorno un agente di Veneto Banca bussò alla porta di un giovane che era rimasto vittima di un incidente stradale e gravemente invalido. “Ho sempre avuto il sospetto che avessero saputo della provvisionale che avevo appena ricevuto dalla compagnia assicuratrice” racconta a distanza di tanto tempo. Oggi ha 30 anni, riesce a camminare, ma i postumi sono ancora visibili. Ad esempio il braccio sinistro è inservibile, mentre dopo l’incidente era rimasto paralizzato su tutta una metà del corpo. C’è voluta una lunghissima riabilitazione per ottenere questi risultati e un’altrettanto estenuante trattativa per avere il risarcimento dei danni subiti quando, quindicenne, era stato investito da un’auto che aveva invaso la sua corsia mentre procedeva in ciclomotore a Santa Giustina, in provincia di Belluno.

Complessivamente il risarcimento fu di circa 300 mila euro. Una buona parte, circa 150 mila euro, è stata impiegata nell’acquisto di 3.800 azioni di Veneto Banca. Questo era l’affare proposto dall’agente finanziario. Il prezzo di acquisto fu di 39,50 euro. Oggi un’azione oggi vale 10 centesimi. Una piccola fortuna è andata in fumo. “Veneto Banca con me non ha avuto pietà”, spiega ora l’uomo, una delle migliaia di vittime della gestione dell’istituto di credito che ha visto dissolversi il valore delle sue azioni. Era un investimento apparentemente sicuro, privo di rischi e comunque in ogni momento il sottoscrittore avrebbe potuto vendere le azioni.

“La beffa – ha dichiarato il giovane alla redazione bellunese de Il Gazzettino – è che se anche volessi, non potrei ritirare i miei soldi che ora equivalgono a 500 euro: ma io rivoglio tutto il mio capitale”. Così ha deciso di rivolgersi allo studio di un legale, l’avvocato Fabrizio Righes, esperto in contenziosi bancari. Il professionista ha avviato un tentativo di mediazione che però non ha avuto esito. E quindi è pronto a far causa alla banca di Montebelluna.

Il giovane se la ricorda molto bene la prima proposta, a cui ne seguirono altre, fino al 2013. “L’unica cosa che avevo chiesto era di mantenere il capitale – racconta – mi fu detto che erano azioni sicure, non legate all’andamento delle Borse. E, particolare importante, mi fu aggiunto che avrei potuto venderle quando volevo e riavere i soldi in tre mesi». A quel punto aveva compilato il Mifid (Markets in Financial Instruments Directive) a garanzia di una maggiore integrazione e trasparenza, come richiesto dalla legge. Che qualcosa non andasse in quell’investimento, lo capì perché il Mifid che aveva inizialmente un “rischio basso e rivalutazione di capitale”, già nel 2009 passò a un “rischio alto e voler far crescere il capitale”. “Nel 2013 gli fu prospettato un altro investimento, quando a Veneto Banca la situazione non poteva non essere chiara. – ricostruisce l’avvocato Righes – Sapevano perfettamente che avevano a che fare con un disabile che non aveva alcun intento speculativo, ma cercava solo di mantenere il suo capitale. Le banche non hanno moralità, lo sappiamo, ma c’è un limite a tutto”.

E questo limite è stato superato. Nel 2014 presenta domanda scritta: vuole vendere le azioni. Come è capitato in tantissimi altri casi, la banca ha preso tempo. Nessuna risposta fino all’aprile 2014. Poi una comunicazione raggelante: il valore delle azioni era sceso a 30 euro e nel frattempo era mutato il regolamento di negoziazione.

Non gli rimane che l’azione legale, anche perché la banca sostiene di aver agito nel rispetto delle regole. “Ci sono state invece gravi mancanze nell’intermediazione e un evidente difetto di trasparenza. Per noi i contratti di acquisto delle azioni sono nulli” ribatte l’avvocato Righes.