Oggi 2 luglio 2016, parte ufficialmente la corsa alle occasioni in tutta Italia, e la scritta SALDI può finalmente essere palesata sulle vetrine, liberarsi ora anche nella forma, e autoalimentarsi all’interno di quella macchina anarchica del “tutti contro tutti” che la legge Bersani del 2006 ha sdoganato. Per tutto l’anno infatti siamo sommersi da promozioni per ogni occasione, e poi “se compri tre, il meno caro non lo paghi”, “su due camicie una la paghi un euro”, “se spendi cinquanta euro te ne ridiamo cinque”, e con la fidelity card sei il più figo di tutti, accumuli pure i punti, i saldi iniziano prima anche se non si posso chiamare saldi, e la gente è in botta perenne. In un contesto di diluizione dei consumi, che tende a voler mantenere uno standard di vendite e appiattisce quelli che fino a due terzi degli anni 2000 rappresentavano i picchi stagionali classici di fine stagione, non  è certo diminuita la mole di lavoro di chi opera nel settore dell’abbigliamento. Direi piuttosto che al contrario sia aumentata proprio per questa frenesia commerciale dl dover proporre costantemente il prodotto in tutte le sue forme e possibilità. Penso quindi ai grandi negozi, ai marchi, e ai grandi magazzini, più che al piccolo commerciante, e questo per ovvi motivi.

Nonostante la liberalizzazione promozionale, il periodo a ridosso dei saldi e quello in corsa, rappresenta comunque il momento di maggiore impegno e fatica per chi lo prepara e lo gestisce fino alla sua fisiologica decadenza. Evento che due volte l’anno, continua ad essere (più di qualunque altro) momento topico, capace di sconquassare la vita personale di chi lavora nel settore. Il fatto è che sembra non accorgersene nessuno, tranne le loro famiglie. Ma in questi giorni, per quei lavoratori, non esiste più orario contrattuale, lo straordinario gira a manetta, mezz’ora di pausa per mangiare, e si va avanti a oltranza. Chi se ne va è potenzialmente un paraculo, il campo non si molla, e non si mollano i colleghi. Si deve finire per forza, e io non lo so se riesco a spiegarlo, ma è qualcosa che si dà per scontato. I Saldi sono i Saldi, come Sanremo è Sanremo.

E allora dodici/tredici ore ad attaccare migliaia di pendagli sconto, spostamenti della merce per percentuale, rifornimento massificato, tutto in fila, a blocchi, settoriale. Oggi deve essere tutto pronto, si accendono le luci, le porte si aprono alle 9:00 in punto, e il massacro ha inizio: code disordinate e infinite alle casse, clienti più o meno feroci che pretendono e non sanno attendere, camerini allo sfascio, abiti in terra, domande assurde, maleducazione ai massimi sistemi, la matematica che diventa un opinione. E rumore. Un casino cosmico a cui non riesci a rimettere ordine, e che ti resterà nel cervello anche quando sfinita ritornerai a casa, forse entro mezzanotte. Il giorno dopo il negozio è tutto da ripiegare. I tavoli sono ammassi informi da rimettere in sesto.

Mi sono resa conto che ho iniziato a scrivere in modo personale adesso, e in fondo va bene così; sono una commessa. Settore abbigliamento. Sono una persona. E se per un attimo ieri mi sono sentita in vendita anch’io in mezzo alla gente che ti tocca e invade il tuo spazio vitale, penso che tutto debba avere il suo limite, e mi sono chiesta “Quanto valiamo?” Quanto produciamo, quanto sappiamo rivendicare il nostro ruolo, il nostro mestiere. Quanto siamo, ciò che facciamo. Il punto non è determinare quanto sia faticoso in questi giorni lavorare in un grande magazzino. Ci sono lavori ben più impegnativi del nostro, questo è fuori da ogni dubbio. Ciò che mi piacerebbe emergesse è che spesso dietro alla miriade di aspetti che invadono la nostra esistenza occidentale e consumistica, ci sono sempre loro, le Persone. Che convenga o meno pensarlo. Persone diverse che, attraverso il loro lavoro, contribuiscono ogni giorno a mantenere economicamente attivo questo paese e le abitudini che ormai ci appartengono. E in questa assuefazione spesso non consapevole, sembra che quelle persone spariscano. Servono, ma non gli si dà importanza, ciò che fanno si confonde con ciò che maneggiano, diventando sempre più invisibili perfino a se stesse.

Credo che il punto nodale stia nel fatto che questo paese, ormai da molto tempo, percepisca il lavoro come qualcosa che non ha bisogno di essere riconosciuto, qualcosa che non presuppone la possibilità di far emergere quel plus-valore insito nell’umanità che lo costituisce e lo sostiene. Oggi è il primo giorno di saldi, si combatte la prima battaglia, e ho come l’impressione che ne usciremo stanchi e sconfitti tutti, lavoratori e clienti, per motivi diversi, nella medesima insoddisfazione. Nella stessa mancanza di senso.