Se la prende con Mario Cavallaro, capo del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria, che ha definito la sua riforma come “un pastrocchio”. Ma critica anche l’Associazione nazionale magistrati (Anm), neanch’essa tenera con le novità prospettate in Parlamento.  Donatella Ferranti (nella foto), presidente dem della commissione Giustizia della Camera, difende a spada tratta il progetto depositato a Montecitorio. E attacca: “La nostra proposta sulla giustizia tributaria non è una toppa, ma è un tassello di un progetto più ampio che meritava di essere meglio ponderata prima di formulare un giudizio così negativo”. E ancora: “La posizione del sindacato dei magistrati è comprensibile, ma si tratta di una risposta miope che guarda solo all’oggi e non in prospettiva. Forse Piercamillo Davigo e i suoi non l’hanno letta bene”, dice la Ferranti a ilfattoquotidiano.it tenendo in mano il duro comunicato con cui a pochi giorni dalla presentazione alla Camera del testo di riforma la giunta dell’Anm ha segnalato il rischio che la giurisdizione ordinaria possa essere travolta, in maniera micidiale. Soprattutto se andasse in porto l’idea di inglobare l’intero sistema di definizione del contenzioso tributario nel perimetro della giustizia ordinaria.

Presidente Ferranti, da cosa scaturisce la proposta di legge che  insieme al responsabile giustizia del Partito democratico, David Ermini, la vede tra i primi firmatari?

“Abbiamo voluto raccogliere la sollecitazione del primo presidente della Cassazione, Giovanni Canzio. Che nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario ha segnalato come ben il 30 per cento dell’arretrato pendente davanti al giudice di legittimità riguardi proprio il contenzioso tributario.  Del resto, questo numero mostruoso dipende anche dalla superfetazione generata a monte a causa di una gestione, diciamo così, non professionale dei ruoli”.

Ma la giustizia tributaria si avvale per il 50 per cento di giudici togati che provengono dalla magistratura e solo per il restante 50 per cento da laici.

“Oggi i magistrati sottraggono tempo ai loro uffici per dedicarlo agli incarichi nelle commissioni tributarie. So di che parlo, sono stata giudice tributario pure io e so che ci vuole tempo per studiare le carte e per fare le udienze.  Il sistema attuale favorisce cumuli di incarichi e conflitti di interessi. Il pagamento dei giudici tributari è, in parte, a sentenza. E quindi non c’è alcun interesse a riunire i procedimenti, il che produce, a valle una valanga di questioni che rischiano di mandare ko la Cassazione”.

Ma se si abolissero le commissioni tributarie non andrebbero in crisi i tribunali che sono già al collasso?

“Con i soldi che risparmieremmo per tenere in piedi il sistema della giustizia tributaria potremmo assumere 700-1.000 magistrati in più rispetto all’organico della giustizia ordinaria. E forse questo l’Anm non l’ha capito. Faremmo inoltre transitare verso la giurisdizione ordinaria anche un personale amministrativo che è molto specializzato. Il futuro, lo abbiamo visto, va verso le specializzazioni: è successo così per il tribunale delle imprese o per quello dei minori. Consentitemi una metafora con il mondo della sanità: non si può rimanere fermi al sistema del medico condotto. E così deve essere pure per la giustizia: la direzione è quella della unificazione della giurisdizione abbinata alla specializzazione”.

Ma per fare i concorsi ci vuole tempo e denaro. Lei è stato segretario generale al Csm per anni. Sa bene che l’operazione è lunga…

“Paghiamo ancora la decisione dell’allora ministro della Giustizia Castelli che bloccò i concorsi per tre anni. Poi si è fatto ogni sforzo. Anche quel sistema comunque va ripensato: bisogna accorciare il tirocinio dei nuovi magistrati”.

Sì, ma le obiezioni al vostro progetto sulla giustizia tributaria da parte dell’Anm vanno ben oltre.

“Se la preoccupazione dell’Anm è per il periodo transitorio che noi fissiamo in un paio d’anni e se alla fine gli anni saranno tre non mi pare un gran problema. Anche perché ci rendiamo conto che stiamo mettendo le mani su centri di potere solidificati ed è sempre faticoso lo sforzo di levare queste incrostazioni: nessuno vuole perdere il proprio status quo. Ma la riforma non è contro qualcuno, è a favore dei cittadini”.

A chi si riferisce in particolare?

“Non mi pare di aver fatto mistero delle problematiche  sottese ad una riforma di questo genere che cancella le commissioni tributarie. Si tratta di un mondo in cui resistono interessi stratificati. C’è addirittura un sindacato dei magistrati tributari. E poi c’è la questione dell’organo di autogoverno che noi vogliamo abolire perché con la nostra riforma diventerebbe un doppione del Csm. In questo senso non sono stupita dalle affermazioni di Mario Cavallaro, che peraltro stimo molto, e che presiede il Consiglio di presidenza tributaria. Si tratta di un sistema vetusto che certo Cavallaro cerca di far funzionare al meglio. Ma anche lui chiede che venga riformato e quindi rimango esterrefatta quando allude al fatto che ci sia qualcuno, se non sbaglio li definisce mandarini, che vorrebbero mettere la mani sulla giustizia tributaria”.

Cavallaro chiede una riforma diametralmente opposta a quella che proponete voi. Vuole professionalizzare la giustizia tributaria, reclutare magistrati a tempo pieno in modo che in tempi rapidi divenga una giurisdizione speciale dello stesso rango della giustizia amministrativa e di quella contabile.

“La magistratura ordinaria è l’unica davvero indipendente,  trasparente e verificabile. Le giurisdizioni speciali, il sistema di tar e Consiglio di Stato come pure la Corte dei Conti sono destinate credo nel futuro ad essere portate nella giurisdizione unica ordinaria. Se ne parlò già ai tempi della Bicamerale, poi si sa come è andata a finire. Credo si debba andare verso questa prospettiva. Che per la giustizia tributaria è addirittura meno problematica perché il giudice naturale, in terzo grado, è già la Cassazione.