Nel paradiso di Maiga c’è un albero e tutto quanto uno desidera di meglio nella vita. Vorrebbe andarci anche subito e dice che sarebbe l’occasione buona per vedere Maometto. E’stanco della guerra nel Mali e di quanto ancora accade a Tombouctou. Non c’è ancora la pace e la città è tuttora divisa tra il governo e i ribelli. Dall’occupazione del nord del paese ad oggi, le cose non sono migliorate. Cerca il paradiso per sistemare quello che la storia umana non gli permette. Un albero, amici con cui passare il tempo e tutto quanto ha perduto in questi anni di vita. Eppure ha solo 19 anni e se lo avesse saputo non sarebbe partito in Algeria. Neppure avrebbe attraversato il suo paese. Dopo qualche ora di viaggio i ribelli gli hanno preso tutto quanto aveva. E prima ancora erano gli anni di scuola che ha dovuto interrompere. Con poco, senza dire nulla ai genitori, parte per l’Algeria che raggiunge senza volerlo. Fa il manovale, in più per i cantieri degli arabi che lo pagano di rado. Si è allora convinto che il paradiso doveva trovarsi da un’altra parte.

Torna a casa senza rimpianto e con due televisioni piccole da regalare alla famiglia. Alla frontiera ha spiegato che erano per i genitori che avevano pagato il resto del viaggio fino ad Algeri. I ribelli gli avevano preso tutto compreso il cellulare che teneva nella borsa. Solo le lacrime lo hanno salvato. Piange facilmente, ricorda con semplicità, anche prima di partire da Algeri, dopo aver salutato gli amici. Ha pianto con i poliziotti di frontiera e dice che piangerà prima di partire da Niamey. Dice che si tratta di un dono di natura e che non può farci niente, sembra essere più forte di lui. Di nome si chiama Zakaria, che vuol dire “Dio si ricorda”. E per questo che lui al paradiso ci crede e, soprattutto adesso che finisce il Ramadan, vorrebbe andare a vederlo. Si porterebbe dietro le due televisioni, o magari solo una, per lasciare l’altra alla famiglia nel villaggio. La sua sarebbe per passare il tempo con gli amici, sotto l’albero, con acqua da bere e tante cose da mangiare. E poi conversare col profeta che immagina seduto accanto a lui, un Songhai.

Il paradiso dei due Diallo, conosciutisi ad Algeri, è durato poco. Anzi a dire il vero non è neppure cominciato. Abdelaziz faceva l’imbianchino in Guinea e ha continuato lo stesso mestiere ad Algeri. Al momento di pagarlo il padrone spariva, malgrado l’accordo del lavoro a cottimo. Dopo un paio di volte si è stancato del lavoro in nero e torna a dipingere passaggi pedonali che nessuno rispetta. Magari poco ma lo pagavano, con un po’ di fortuna, e almeno al paese non erano razzisti coi “black” come in Algeria. Li insultano in arabo, i bambini tirano loro pietre e nel bus le donne si tappano il naso alla loro vista. Abdelaziz non si sentiva tranquillo ed è arrivato alla conclusione che stare a casa propria è meglio. Invece Boubacar è partito per sbaglio. Un amico l’invita a partire e gli paga il viaggio. Parte sul momento, senza niente di più di quanto indossa. Pensava al paradiso algerino e si trova prigioniero attraversando il nord del Mali. Dice che un’altra volta cambierà strada. Non ha salutato sua madre e questo lo sente come un’offesa imperdonabile.

L’hanno cosparso di benzina e uno dei ribelli, col fiammifero pronto, gli ha ingiunto di rivelare dove stanno i soldi. Nel caso contrario dovrà chiamare la famiglia e farsi mandare quanto basta per liberarlo. Per fortuna passa non lontano una pattuglia di militari e i ribelli partono in moto, lasciandolo sulla strada. Camminando nel deserto ha visto morire un giovane sotto un albero, malato e abbandonato dagli altri. Boubacar dice che non potrà mai più dimenticare quanto i suoi occhi, freschi di 18 anni, hanno visto. Appena arrivato ad Algeri torna a casa perché, così giovane e anche gracile, nessun cantiere lo prende. Dice che riprenderà a studiare per diventare qualcuno, un giorno. Nella vita, infatti, è tutta una questione di alberi. Nel paradiso di Maiga c’è un albero che nessuno ha mai visto prima. Lì si passa il tempo con gli amici.

Da Niamey, luglio 016