Firme non necessarie“. E’ solo una “mobilitazione degli elettori”. “Non le raccolgo, su quella roba la faccia non ce la metto”. “Hanno trasformato la riforma della Costituzione nel plebiscito su Renzi“, che “rischia peraltro di uscire sconfitto”.

INDIGESTIONE DEMOCRATICA Parola di una buona dozzina di deputati Pd e di certo non ascrivibili alla minoranza, anzi. Quasi tutti sono di ‘matrice neutra‘, per non dire renziani della seconda e della terza ora, che in forma “assolutamente anonima, per carità”,  offrono – parlando con ilfattoquotidiano.it – l’essenza del clima che si respira nei gruppi parlamentari. Nessuno vuole la pubblicazione del proprio nome, ma tutti confessano paura e ritrosia nei confronti di un’operazione politica che non piace. La raccolta delle firme popolari a sostegno del Sì al referendum costituzionale sulla riforma tanto voluta da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi si sta rivelando un piatto indigesto anche tra i parlamentari del Pd. Un “rischio”, secondo molti, perché “dopo le elezioni amministrative i cittadini non ne possono più di campagne elettorali”, ma soprattutto potrebbe diventare “un boomerang contro di noi”. Specie nel caso in cui non si dovesse raggiungere la soglia delle 500mila sottoscrizioni, che non servono a niente, ma sono solo un “segnale politico”

DURI ALLA META Oltre alle piazze, anche il Parlamento è diventato campo di gioco. In prima fila Ettore Rosato, il capogruppo. Affiancato dalla responsabile comunicazione del partito, Alessia Rotta, Rosato non fa che chiedere ai colleghi, in Aula o nei corridoi di Montecitorio, il massimo dell’impegno e un considerevole numero di firme, dalle 2mila alle 6mila. Lo fa con insistenza nei modi e preoccupazione nei toni, confida qualcuno che quella richiesta l’ha ricevuta e sta cercando di soddisfarla, “anche se è dura”. Conversando con i giornalisti, Rosato però minimizza, dice che non c’è problema, che si riuscirà a raccogliere tutte le sottoscrizioni necessarie: “Il Pd non è preoccupato per le firme”, chi “si preoccupa” è piuttosto “qualcuno nella minoranza, che teme esattamente il contrario, ovvero che ci riusciremo”. E per raggiungere il risultato, stavolta va bene ogni mezzo, comprese le campagne telefoniche a suon di sms, che dopotutto per Rosato sono “una cosa normale”. Ma se non è importante, se non è difficile, se addirittura anche lo stesso capogruppo ha riconosciuto pubblicamente che queste 500mila firme “non sono necessarie” e che è solo un modo per “mobilitare gli elettori”, perché parlarne tanto?

LINEA FATALE A rincarare la dose anche una dichiarazione del vicesegretario Lorenzo Guerini: “Il Pd – ha detto – sta facendo la sua parte, come gli altri partiti. Siamo in linea con il programma che ci siamo dati, e termineremo la raccolta delle firme l’11 luglio. Non inventiamoci ciclicamente una polemica che non c’è. Prima c’è stata quella sul tesseramento degli iscritti, poi smentita. Ora si dibatte sulle firme per il referendum. Cerchiamo piuttosto di usare le nostre energie per fare le cose e non per fare polemica”. Ma se davvero tutto va bene, perché il governatore della Toscana, Enrico Rossi, oggi al Senato ha sentito il bisogno di riconoscere che “c’è stata una chiamata alle armi in Toscana in questi giorni” ma alla fine si è mostrato dubbioso sul risultato, perché ” le elezioni amministrative ci hanno mandato un’avvisaglia”? Non solo: “Se continuiamo a fare battibecchi – ha avvertito Rossi – saranno i nostri elettori i primi a non capirci e rischieremo davvero di entrare in una spirale negativa che ci penalizzerà tutti”.

TUTTI IN FILA E poi ci sono loro, i parlamentari di fila e di retrovia, quelli che dovrebbero andare a coinvolgere le persone, a farle firmare, a tenerle per mano fin quasi all’urna in cui dovranno depositare il loro Sì. “Per adesso basterebbe che si avvicinassero al banchetto ad ascoltarci”, si lamentava un piemontese fresco di sconfitta alle amministrative, seguito a stretto giro da un collega lombardo che rimarcava il fatto “che ci chiedono solo di Renzi o del sindaco”, mentre della riforma interessa soltanto la riduzione del numero dei parlamentari o il risparmio sui costi della politica, se ci sarà.

SINDACATO ADDIO Ai big di governo e partito, i parlamentari promettono impegno, ma poi, quando i discorsi si fanno seri e i capannelli di peones si stringono, la linea diventa comune: “Io la faccia in questa roba qui non ce la metto”, “non posso rischiare”, “gli elettori non capiscono a cosa serve firmare un referendum già indetto”, “qualche banchetto ho anche provato a farlo ma non si è fermato nessuno”.  Anche i numeri paiono smentire le previsioni di Guerini. A due settimane dalla consegna l’asticella dei conteggi sembra essersi fermata a meno di 300mila firme, anche se mancano i dati dell’ultimo weekend. I vecchi sistemi di mobilitazione sembrano non funzionare e si fa sentire anche la mancanza di appoggio da parte della macchina organizzativa del sindacato, impegnato a raccogliere Sì delle firme, ma sul lavoro e sulla scuola, e di certo non favorevoli al governo.

SENZA GUIDA Quel che manca di più, però, è l’entusiasmo, la voglia di confrontarsi ancora con un elettorato che ha mandato più di qualche segnale di insofferenza. E Renzi, la Boschi e gli staff dei big nazionali non sembrano essere d’aiuto, almeno in questa fase. Anzi, l’eccessiva personalizzazione rischia di diventare un problema per chi, da eletto, deve comunque rendere conto ai propri elettori. “Al momento – ha spiegato Antonio Boccuzzi, deputato democratico piemontese – dal Nazareno (leggi ‘da Renzi’) non sono arrivate linee guida o altro. Noi abbiamo preso l’iniziativa da soli, sabato eravamo a un banchetto a Torino, ma siamo potuti rimanere solo un paio d’ore, complice il nubifragio che si è rovesciato sulla città”.

RITORNO AL FUTURO Per un Boccuzzi che ci ha provato, tanti hanno fatto orecchie da mercante, trincerandosi dietro al fatto che “i cittadini non capirebbero perché devono firmare per qualcosa che non serve” o che “in una fase di incertezza come questa è meglio aspettare e vedere come evolve la situazione”. Tutti alibi, perché il ragionamento politico alla base della latitanza operativa degli onorevoli è facilmente deducibile. Se fino a qualche settimana fa portare “un paniere di firme” era il modo giusto per ben figurare agli occhi del segretario-premier e per mettere una grossa ipoteca su un roseo futuro, fatto di  ricandidatura certa e magari di rielezione, oggi, con Renzi in evidente difficoltà, spendersi troppo per un risultato comunque incerto e forzare la mano di elettori ed amici potrebbe rendere più difficile una ricollocazione futura.