Ladri da incarcerare o santi da glorificare? Mai come per la storia della musica gratis in download il giudizio finale può situarsi nel mezzo. L’avventurosa cavalcata dei “boys” che fecero l’impresa durante gli anni novanta è racchiusa in un libro scritto dal giornalista Stephen Witt che continua ad essere apprezzato e recensito in ogni angolo del globo. How Music Got Free: The End of an Industry, the Turn of the Century, and the Patient Zero of Piracy  (“Free”, uscito in Italia per Einaudi), titolo tanto alla Lina Wertmuller quanto lontano dalla tanto decantata “compressione” della materia, si situa proprio sul crinale che divide la legge dal reato, la genialità dell’invenzione dall’opacità del sistema, la spregiudicatezza della controcultura dalla tradizione di mercato.

La pirateria musicale è diventata negli anni novanta quello che la sperimentazione di farmaci e droghe è stata alla fine degli anni sessanta: farsi beffe a livello generazionale di norme sociali e leggi, senza troppo pensare alle conseguenze”. Il saggio di Witt ripercorre cronologicamente e contenutisticamente l’invenzione del formato MP3 e la relativa pirateria, file-sharing, free download che ne derivò a cascata, attraverso la storia vera di tre personaggi: Dell Glover, Karlheinz Brandeburg e Doug Morris. In principio, manco a farlo apposta, ci furono i tedeschi. Nel team MPEG, capitanato dall’ingegnere italiano Leonardo Chiariglione, composto da professionisti del settore provenienti da tutto il mondo, fu proprio Brandenburg – nome omen post ’89 – a scoprire l’algoritmo di compressione audio che presto, dopo il 1989, dilagò online. I ricercatori tedeschi avevano costruito la loro sperimentazione con un obiettivo piuttosto lontano dalla condivisione di brani musicali in rete, ovvero quello di approfondire nuovi tentativi di ricezione dei suoni nel campo dell’acustica.

Durante una riunione nell’istituto tedesco, viene riportato in How music get free, quando Brandenburg dimostrò che esisteva un metodo per registrare un CD occupando un dodicesimo dello spazio, venne ripreso da un collega in modo brutale: “Ehi ma ti rendi conto di quello che hai fatto? Hai ucciso l’industria musicale”. Nel 1997 Brandenburg capì che i “suoi” Mp3 avrebbero creato un po’ di problemi alle major musicali così organizzò un incontro con l’Associazione americana dell’industria discografica, per mostrare loro qualche sistema particolare per rendere più complicato duplicare i file, ma fu messo cortesemente alla porta. “Le case discografiche si trovavano benissimo col cd, gli dissero. Tutti stavano facendo soldi a palate e nessuno era interessato ad intraprendere la strada della distribuzione elettronica. Nessuno nel settore sembrava rendersi conto che avevano già imboccato la rovina e che un cd era un modo senza futuro per immagazzinare informazioni codificate”, spiega in un articolo pubblicato sull’edizione cartacea di Repubblica, lo scrittore Nick Hornby.

Poi si sa, le rivoluzioni quando iniziano difficilmente si fermano. Ed è qui che fanno capolino nella storia, e nel libro di Witt, il grand mogul della Universal Music, Doug Morris, e il timido impiegato della Universal, Benni Lydell “Dell” Glover. Il primo è quello che ha cavalcato l’onda del rap e dell’hip hop a metà fine anni ottanta all’interno della grande industria e che si ritrova a dover fare i conti con le conseguenze dalla rivoluzione Mp3; il secondo è colui che ogni giorno dall’ufficio porta a casa, letteralmente, l’ultimo album di, che so, Eminem, Kanye West, Queens of the Stone Age, Björk, per poi comprimerlo e piratarlo, anzi condividerlo in rete, spesso con qualità eccellente e sempre prima che gli album uscissero sul mercato. All’improvviso tanta, forse tutta, la musica prodotta al mondo diventa disponibile gratis online. E la galoppata informatica e digitalizzata degli anni duemila, con gli iPod in testa, e la app di Spotify sul display dello smartphone, non sembra ancora aver finito la sua corsa. Con una sicura vittima dello scossone al sistema: l’industria discografica. Perché come scrive su Repubblica, l’autore di Alta Fedeltà, tra il 2000 e il 2005 “solo i babbei, cioè chiunque avesse più di trent’anni, si prendevano ancora il disturbo di pagare per comprare musica registrata”. Figuriamoci nel 2016.